Cinquestelle: farsa e tragedia

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La storia si ripete: piccola tragedia a Livorno, grande farsa a Roma

Sulle pagine di questo giornale, nel dicembre 2015, avevo tristemente profetizzato che a Roma sarebbe successo esattamente quel che era successo a Livorno. Mi capitò di riparlarne a cena in Trastevere, con amici, in una bella sera d’estate: “Cosa vi avevo detto?”. Gli amici sbuffavano, ridacchiavano con sufficienza: “E basta con Livorno!”, “ma come fai a paragonare la tragedia di Roma con una piccola città di provincia?”, “ma smettila” etc. Molti di loro avevano votato per la Raggi.

Facevano parte di quella sinistra delusa (da se stessa, immagino) per la quale ormai qualunque cosa va bene purché non sia il Pd. La smisi subito, un po’ perché preferisco mangiare cacio e pepe in pace, senza condimento di discussioni politiche, un po’ perché c’è un dato antropologico ineludibile, quando parli con i romani: per loro Roma è Roma e niente le somiglia, nel bene e nel male. Anche i problemi, come ce li hanno loro, non ce li ha nessuno. Vaglielo a dire che qualche giorno fa una bambina di tre anni, nella piccola Livorno di provincia, è stata morsa dalle pantegane in una casa popolare. Roma è e resta un’altra cosa. E va bene, dunque, non parliamone. Lasciamo che ne parlino soltanto i romani, che tanto Roma possono capirla solo loro, anche se poi votano in massa per farla governare da un ragioniere genovese.

Da un certo punto di vista la vittoria della Raggi è stata un bene per la Livorno dei cinquestelle e per la sinistra di contorno che li appoggicchia: spenti i riflettori che ne avevano fatto l’eccezione da seguire, il laboratorio dove si sperimentano le nuove alchimie politiche che avrebbero portato alla caduta di Renzi, Livorno è potuta tornare a coltivare la sua più segreta e tenace passione: scomparire. Rimpicciolirsi di giorno in giorno. Diventare ogni giorno un po’ più chiusa, ogni giorno un po’più incarognita, più lontana da tutto, in una pretesa autosufficienza che si radica in quella saldatura ideologica mortale fra la nuova sinistra new age che rimpiange le mele bacate e gli antichi grani e il delirio ecofeudale dei grillini che, fino a ieri, lavavano la biancheria con la washball di Beppe. Il sogno di un mondo con le mutande sudice a chilometro zero, insomma. E piste ciclabili attaverso distese di orti urbani. E nessun piano di rilancio industriale (a che servono mai le imprese, quando possiamo campare con le zucchine autoprodotte e scambiarci vecchi materassi nei mercatini del riciclo?). E disoccupati. Tanti, tanti disoccupati. E infine multe, come se piovesse: 10.738 verbali fatti dai vigili nel solo mese di Luglio.

Torna in mente il Marx del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, quando dice che «vorrebbe rubare tutta la Francia, per farne un regalo alla Francia», dove, sia chiaro (visto che non sono grillino), qui nessuno accusa nessuno di rubare alcunché, ma l’idea è quella di ripulire le tasche dei livornesi, fra multe e costo esoso dei servizi, per poi poter regalare alla città qualche spicciolo di reddito di cittadinanza. In questa direzione, del resto, va anche la politica del laissez faire sulle occupazioni abusive, aumentate in questi ultimi due anni, che, operando fuori da ogni logica e da ogni regola di autentica giustizia sociale, servono proprio a rinsaldare il legame fra potere costituito e clientele sottoproletarie (giusto per tornare al 18 Brumaio di Marx). Il progetto politico grillino e di quella sinistra che invita a Livorno De Magistris per farsi illuminare (forse su come spendere qualche milione di euro dei contribuenti per un’inchiesta giudiziaria il cui risultato più rilevante fu, come noto, il rinvenimento di una fattura sospetta per un water pagato a prezzo di costo) pare dunque essere una città a misura di ricchi e di poveri, ma assolutamente invivibile per chiunque abbia un onesto stipendio da lavoratore.

E quindi, certo, gli amici del ceto medio riflessivo romano con cui ero a cena hanno ragione nel dire che le due realtà sono imparagonabili e che quasi si manca di rispetto a Roma e alla sua straordinaria complessità a voler credere che si possano fare analogie e raffronti. Tuttavia, se penso a quel meraviglioso pastiche socioeconomico da cui viene la Raggi, un po’ Studio Previti un po’ mercatino equo-solidale, un po’ Marra e un po’ Marra comunque, un’idea di dove si andrà a parare, sulla scorta dell’esperienza livornese, potrei anche farmela, per quanto, certo, lascerò ai romani il piacere della scoperta. Non resta quindi che riprendere in mano quel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, che mi ha fatto compagnia sin qui, per tornare a sfogliarlo dal suo celebre inizio: «Hegel osserva da qualche parte che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa».

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