Cinema e tv, la guerra è finita

Televisione
photo of an old movie projector

La riforma del settore audiovisivo fissa punti fermi: ora non ci sono più alibi

Non so se la riforma dell’audiovisivo approvata dal Consiglio dei ministri venerdì sia “la più avanzata d’Europa”, come hanno detto le associazioni dei produttori cinematografici e televisivi. So, però, che fissa un punto fermo, spero di non ritorno: la guerra tra cinema e tv non ha più senso perché quell’epoca è finita. Il tavolo proposto e avviato esattamente un anno fa da Ministero dei Beni culturali e Ministero dello Sviluppo economico si proponeva proprio questo obiettivo: serve un nuovo patto tra broadcaster, produttori di cinema e tv perché il contesto è cambiato.

Come? Prendete il film Suburra: è uscito nelle sale italiane in ottobre, oggi è già visibile su Netflix negli Stati Uniti, diventerà una serie tv nel 2017, la prima volta di un prodotto italiano pensato per il gigante Usa dello streaming. La domanda di prodotti audiovisivi sul mercato internazionale non è mai stata così alta. L’Italia sta giocando la partita? Siamo sicuri che come paese si stia facendo il possibile per intercettare quella domanda? È meglio provare ad aumentare le risorse complessive del sistema oppure dobbiamo continuare a contenderci fette sempre più piccole?

L’Italia esporta pochissimi film e serie tv e sono ancora numericamente marginali i progetti realizzati in coproduzione; la presenza all’estero di film e serie tv italiane è fra le più basse d’Europa ed è molto lontana non solo da paesi come Francia e Germania, ma anche da Danimarca, Spagna, Norvegia, Israele. Premiare chi rischia Di qui la decisione di sederci tutti attorno a un tavolo (Ministero ai beni e attività culturali e turismo Ministero allo sviluppo economico, produttori e broadcaster) e provare a raccogliere le forze.

Di qui, un anno dopo, il ddl di riforma del settore che invece di aggiungere nuove tasse sui gruppi tv (tassa di scopo), prova a premiare chi rischia e ad attirare nuovi investimenti nel settore (tax credit); invece di distribuire soldi a pioggia in base ai giudizi di una commissione ministeriale cerca di introdurre meccanismi automatici che premino il successo di chi scommette, naturalmente salvaguardando una quota per opere prime e start up. Quanto allo sfruttamento dei diritti sulle opere audiovisive (free, pay, web) proveremo ad aprire tavoli – sul modello britannico – per favorire accordi di co-regolamentazione tra le parti, in cui il governo si limiterà a farà da arbitro, seguendo il principio che chi più investe più ha diritti sull’opera, ma anche che tutti i diritti vadano valorizzati e sfruttati, su tutte le piattaforme.

Nell’impianto della riforma sono previsti, poi, provvedimenti per la difesa delle piccole sale, ma la distinzione tra film per il cinema e prodotto per la tv o per la Rete tende a essere superato, per fare posto a meccanismi che incentivino la presenza italiana in co-produzioni internazionali e la presenza di capitali stranieri in film girati in Italia. Quando abbiamo incontrato i vertici di Netflix a Roma ci hanno detto che i produttori italiani hanno più respiro internazionale di quelli tedeschi. Non so se sia vero, lo spero, mettiamoli alla prova: ora gli alibi non ci sono più.

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