Cielo, mi si sono ristretti i democratici

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Sotto la leadership obamiana i Dem hanno perso terreno dopo l’exploit iniziale: fenomeno nazionale

Se in Italia il Pd ha dovuto scriverlo nello statuto che quando esprime il primo ministro questi è anche il leader del partito, nel resto del mondo la cosa è per lo più ovvia da tempo. E non c’è stato bisogno di scriverlo negli statuti! Negli States il capo dei Democrats è, appunto, Obama. Poi, essendo gli States una repubblica presidenziale, il coordinatore dell’organo politico principale (il Democratic National Committee) è un’altra persona, e mediamente nessuno sa chi sia. Un po’ come in Francia, dove nessuno sa chi sia il segretario del PS quando i socialisti occupano l’Eliseo; perché il capo è Hollande, s’intende.

Così, il capo dei Dem negli ultimi otto anni è stato lui, l’ex senatore dell’Illinois, Barack Hussein Obama. Non è perciò affatto singolare domandarsi che capo sia stato, come abbia diretto il partito, che riforme interne abbia apportato, che partito lasci dopo otto anni di leadership indiscussa. Siccome con Obama è facile cadere nella mitografia, è bene far ricorso a qualche numero, seguendo d’altronde l’approccio prevalente non solo nella scienza politica anglosassone, ma anche diffuso tra giornalisti e osservatori statunitensi .

Come sta, dunque, il Partito Democratico americano dopo anni di leadership obamiana? I termometri da utilizzare sono vari e tutti fanno riferimento alla capacità di rappresentanza sprigionata dai Democrats negli anni obamiani. Cominciamo dai termometri più facili da legger e. Quando Barack Obama vinse le presidenziali la prima volta, il suo successo fu accompagnato dalla conquista dei Dem della maggioranza in Senato. Già negli ultimi anni di Bush i Repubblicani avevano perso la loro solida maggioranza nella camera alta. Lo sfacelo del bushismo e la vittoria di Obama portarono a una netta conquista della maggioranza in Senato da parte dei Democrats, come non si vedeva dai tempi dell’ascesa di Bill Clinton.

L’apporto principale di Obama fu quello di accrescere il vantaggio dei Dem nella Camera dei Rappresentanti, portando la maggioranza da 236 a 257 deputati. Dopo otto anni di Obama, i Repubblicani hanno però oggi la bellezza di 247 deputati e controllano la House come non accadeva dalla fine degli anni Venti. Stessa storia al Senato: i Repubblicani hanno saldamente ripreso la maggioranza in Senato (54 a 44 più due indipendenti).

Tuttavia, allo scopo di capire meglio lo stato di salute dei Dem, è indispensabile far uso di termometri più sofisticati. Vediamo quali. In ogni stato dei 50 federati esiste un capo del potere esecutivo, il governatore, e un sistema bicamerale legislativo composto da una Camera dei Delegati e da un Senato. Non c’è modo migliore per radiografare lo stato di salute dei partiti americani che verificare come se la cavano a livello dei singoli s tati. Ebbene, anche con l’utilizzo di più sofisticati termometri, il referto medico è lo stesso. Prima che Obama cominciasse a guidare i Democrats, 28 erano gli Stati con un governatore democratico e 22 quelli con un governatore repubblicano. Oggi sono 31 quelli repubblicani e soltanto 18 quelli democratici.

Le cose non cambiano se dal potere esecutivo ci si sposta al potere legislativo. Se contiamo il numero di Stati che registrano una maggioranza repubblicana sia nel loro Senato sia nella loro Camera dei Delegati, il totale fa 31; il totale democratico fa 11 (in 7 Stati c’è una maggioranza diversa tra Camera e Senato, mentre il Nebraska è l’unico stato monocamerale). 31 a 11 è lo stesso rapporto che si registrava quarant’anni fa, ma in favore dei Dem! Prima di Obama il rapporto era 24 a 16 in favore dei Dem.

Il totale di 31 Stati nei quali i Repubblicani controllano Camera e Senato è il massimo raggiunto dalla destra americana nell’intera storia patria; 11 è il minimo toccato dai Dem nell’intera storia patria. Il numero di Stati in cui i Repubblicani controllano sia il potere esecutivo sia quello legislativo (esprimono cioè il governatore e la maggioranza nelle due camere) è 23 (nel 2009 erano 10). I Dem ne controllano solo 7 (nel 2009 erano 18): ancora il minimo storico.

Il dato è sconfortante se si pensa che i Democratici americani sono (erano?) tradizionalmente il partito dei territori lontani da Washington. Parrebbe una vera mutazione genetica… Insomma, oggi i Democrats se la passano male. Anzi: non se la sono mai passata così male in tutta la loro quasi bicentenaria storia. Dovesse Hillary conquistare la Casa Bianca, avrebbe il problema di ricostruire, pezzo per pezzo, il partito. Anche suo marito si trovò all’inizio degli anni Novanta in una situazione simile: i Dem erano svigoriti da decenni di pulsioni radicaleggianti e Bill s’impegnò a ricostruirne il baricentro culturale. Ma erano molto più forti, in termini rappresentativi, rispetto a oggi.

Hillary dovrà essere più brava di Bill. Per non parlare dello scenario di una sconfitta della Clinton, che aprirebbe il futuro del glorioso Partito Democratico americano agli scenari più foschi mai conosciuti. Ma è un’ipotesi sulla quale oggi, non fosse che per ragioni scaramantiche, non vale proprio la pena indugiare

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