Cieli neri e bandiere bianche

Medio Oriente
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È possibile che Mosul diventi una Beirut in preda a bande armate ciascuna annidata in una zona e affiliata a un protettore

I commenti si vanno incentrando sul “dopo-Mosul”. Certo i problemi della grande città una volta cacciato il Califfato saranno enormi. È possibile che Mosul diventi una Beirut in preda a bande armate ciascuna annidata in una zona e affiliata a un protettore. Ma questa attenzione sembra quasi un lusso quando l’accerchiamento di Mosul si stringe. Bisogna prima prenderla, Mosul, e dal modo in cui sarà liberata dipenderà anche il dopo.

Ebbene, chi osserva la situazione oggi senza cognizioni militari non può che provare una grande angoscia. L’ipotesi che le truppe dell’Isis, o almeno il loro nerbo, si ritirassero da Mosul verso Raqqa e la Siria, sia in cerca di sopravvivenza (quei grandi capi infatti sono molto meno disposti al suicidio dei loro plagiati), sia per assicurarsi un fronte arretrato, sembra definitivamente affossata. Si dice che al contrario dalla Siria affluiscano a Mosul rinforzi dell’Isis.

Le loro mosse rispondono a un oltranzismo senza riserve: i massacri di ostaggi e degli stessi loro membri vacillanti, gli avvelenamenti chimici e i roghi di petrolio, mostrano una vocazione apocalittica trasferita dalla perduta Dabiq, il luogo superstizioso in cui avrebbe dovuto compiersi l’ultima battaglia, a Mosul, a sua volta grave di passato.

E che cosa, di fronte alla certezza della sconfitta, potrebbe fare il gioco del delirio jihadista più che il proprio martirio e una colossale immolazione di inermi sunniti, da imputare all’alleanza dei crociati e dei rinnegati? Tremendo è dunque il traguardo cui la coalizione si avvicina. Forse chi ha una cognizione militare è più sicuro del fatto suo: chissà. Ma anche la prospettiva della “lotta casa per casa” cui le truppe speciali irachene, quelle cui è riservato l’ingresso a Mosul, sono state addestrate, è una speranza, benché tremenda, di fronte al rischio che l’Isis trovi un modo di difesa molto più devastante.

I bombardamenti aerei sono meno efficaci via via che si avanza verso il cuore della città, dove le postazioni dell’Isis vengono continuamente traslocate e riempite di scudi umani –di esseri umani ridotti a scudi. Si deve contare su una ribellione interna, che sia condotta da valorosi in nome della libertà da padroni ripugnanti, o da cinici alleati di quei padroni che scendano dal carro per montare sul prossimo. Anche a soffocare quella ribellione mira la ferocia terrorista moltiplicata dell’Isis.

Qui, in questa guerra quasi mondiale giocata su un pezzetto di terra – guardatelo su un planisfero – ci si ubriaca di bandiere colorate, degne o infami, issate da combattenti degni o infami. Ma si guarda con commozione e solidarietà totale a qualunque figurina di bambino, di vecchio, di donna che agiti uno straccio di bandiera bianca, soldati universali.

Non sono nella mente dei militari che devono fronteggiare la Mosul prossima, e mi viene da sorridere amaramente all’idea dei ministri della Difesa riuniti ieri a Parigi. Non sono nemmeno nei cuori di coloro, e sono tanti e di tante fedi, che pregano per Mosul. Ieri, quando le prime pagine intitolavano al record di anidride carbonica nei cieli italiani, e avevo appena visto la nuvola di zolfo che va coprendo il cielo di qui, mi dicevo che bisogna pur sperare. Abbiamo reso pacificamente grigio il cielo del pianeta, e ferocemente nero il cielo di questo pezzo d’Iraq: forse su questi incomparabili disastri suona una campana comune.

 

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