Chiesa italiana: cercasi nuovi leader disperatamente

Vaticano
Papa Francesco durante la messa con i nuovi cardinali, Citta' del Vaticano, 15 febbraio 2015. 
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Papa Francesco sta costringendo, per amore o per forza, la Chiesa e il cattolicesimo italiani a rimettersi in discussione. Ecco come

Una cosa è certa: papa Francesco sta costringendo, per amore o per forza, la Chiesa e il cattolicesimo italiani a rimettersi in discussione. D’altro canto il capovolgimento delle priorità è stato quasi brutale – più migranti, rifugiati, periferie, meno ossessione su omosessualità e temi bioetici – tanto da lasciare attonite e stordite le gerarchie ecclesiali e quelle laicali; alcune di queste poi, si pensi all’Azione Cattolica, sono uscite solo di recente da una lunga stagione di allineamento forzato ai vertici della Cei dovuto soprattutto all’azione del cardinale Camillo Runi e successivamente ai suoi epigoni minori. Ma andiamo con ordine.

Il Papa non ha cambiato la dottrina e il magistero in materia di nozze omosessuali o eutanasia (senza contare che in Italia si discute da decenni di unioni civili e non di matrimonio fra persone dello stesso sesso), solo che, come egli stesso spiegò poco dopo la sua elezione, nell’agosto del 2013, in una celebre intervista a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, “non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione”.

I valori sono tutti uguali

Ed era invece quanto vescovi e cardinali in Italia e non solo (si pensi agli Usa), avevano fatto negli ultimi 30 anni: parlarne in continuazione, trasformando l’insegnamento della Chiesa in ideologia politica e costruendo inevitabilmente alleanze politico-culturali quasi esclusivamente con forze conservatrici. Tutti i valori sono non negoziabili, ha fatto capire a un certo punto il papa, così il povero e il migrante non vengono ‘dopo’ la condanna dell’aborto, come spiega bene il giornalista vaticanista Riccardo Cristiano nel suo recente “Bergoglio sfida globale” (Castelvecchi 2015). Sembra poco, ma è la fine di un’epoca.

Rivolgendosi alla Chiesa e ai cattolici del nostro Paese riuniti a Firenze nel novembre scorso, Francesco ha dato poi anche altre indicazioni: quella italiana, ha detto, “sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa”. Quindi ha affermato: “A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione (Evangelii gaudium, ndr): l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune”. Il che ovviamente non esclude il resto ma descrive un ordine nuovo di priorità e una visione attenta e critica del presente.

Profughi, diocesi e cardinali

In tale contesto la tematica dei profughi in fuga da nazioni sconvolte dalla guerra ha avuto un peso specifico importante in questi tre anni di pontificato; così dalla Fondazione Migrantes, alla Caritas, al Centro Astalli, alla Comunità di Sant’Egidio, organizzazioni e movimenti che pure esercitavano anche in precedenza la loro azione, non sono apparse più come minoritarie nel cattolicesimo italiano ma hanno assunto un ruolo fondamentale. “La Caritas in un certo modo è la Chiesa” ha detto il cardinale nominato da Bergoglio, Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, noto anche come il cardinale di Lampedusa. Vari umori negativi si sono però via via levati contro il magistero bergogliano da parte di altri ambienti ell’episcopato italiano; la pastoralità come criterio guida dell’agire del vescovo al posto di un’applicazione inflessibile della dottrina (solo questo vi chiedo, ha detto il papa a Firenze, di essere pastori) ha scombussolato i piani di tanti e rotto vecchi equilibri. E’ lungo tale prospettiva che a Bologna e a Palermo sono arrivati due nuovi vescovi in precedenza ‘preti di strada’ (sia pure tutt’altro che ingenui sul piano ecclesiale e culturale) come Matteo Zuppi, e Corrado Lorefice, il primo proveniente dall’esperienza internazionale di Sant’Egidio e delle periferie romane, il secondo dall’adesione alla figura di don Pino Puglisi (il sacerdote martire ucciso dalla mafia) e al Concilio Vaticano II.

Così come le nomine cardinalizie di Gualtiero Bassetti (Perugia), Edoardo Menichelli (Ancora) e Francesco Montenegro (Agrigento), cioè diocesi considerate minori o, appunto, periferiche, hanno destato scandalo nell’ancién regime nel quale vivevano di rendita senza accorgersi che l’edificio stava crollando, le alte gerarchie della Chiesa italiana. Ancora, la presidenza del cardinale Angelo Bagnasco,in modo evidente e oggettivo non in sintonia con il papa, non è stata toccata evidentemente per non spaccare traumaticamente un episcopato piuttosto refrattario al rinnovamento; non va inoltre dimenticato che Bergoglio ha chiesto ai vertici della Cei di studiare una riduzione del numero delle diocesi presenti nel Paese. Richiesta, quest’ultima, rimasta fino ad ora lettera morta poiché intaccava feudi antichissimi per tradizione nei quali si era sedimentata la presenza dei vescovi nella Penisola. Nel frattempo il papa ha di fatto imposto alla Cei una doppia guida affiancando a Bagnasco monsignor nunzio Galantino, vescovo proveniente da Cassano Jonio, Calabria, che interpreta in modo più netto il magistero del papa.

Salvare la Chiesa?

Eppure il papa ha cercato in tal modo di salvare la Chiesa italiana dal disastro, dato che l’età media di un clero sempre più anziano, intorno ai 65 anni, la riduzione dei fedeli praticanti (le statistiche sulla crescita dei matrimoni civili e delle convivenze soprattutto nel centro-nord Italia ne sono un corollario), indicano tendenze con le quali prima o poi bisognerà fare i conti. Per questo la riforma di Francesco risponde non solo a una visione ben precisa del cristianesimo, ma è anche una ciambella di salvataggio gettata alla Chiesa per vivere in quest’epoca di trasformazioni. La risposta data a lungo dal cardinale Camillo Ruini, e oggi con stile e approcci diversi da uomini come il cardinale Angelo Scola (arcivescovo di Milano), Luigi Negri (Ferrara) o Massimo Camisasca (Reggio Emilia) tutti di formazione ciellina ma con spessore diverso fra di loro, va detto, puntava a un cattolicesimo identitario, arroccato (ma in Italia forte di un patto politico col centrodestra) in cui i vescovi guidavano anche sul piano ideologico movimenti compatti e integralisti, si trattasse dei neocatecumenali o di Comunione e liberazione. Un monolite insomma.

In realtà le cose non sono così semplici, e se una parte consistente di Cl vede chiaramente con antipatia questo papa, anche il movimento di don Giussani non è unito circa un atteggiamento semplicemente oppositivo nei confronti del pontificato; lo stesso don Julian Carron, la guida spirituale di Cl, ha cercato di contenere la linea integralista. Per questo i vari “Family day” convocati a ripetizione da questi settori del cattolicesimo più retivo hanno come scopo ufficiale quello di contrastare qualsiasi legislazione in favore delle unioni civili, e come obiettivo non dichiarato il tentativo di costringere la Chiesa a fare macchina indietro rispetto ai linguaggi, agli stili e ai contenuti introdotti da Bergoglio. Su un altro versante si muove la complessa macchina dei gesuiti, per esempio sull’ultimo numero di Civiltà Cattolica il notista politico, padre Francesco Occhetta, scrive un lungo articolo sull’esperienza della Leopolda, dai primi tempi a quelli governativi; è una sorta di excursus sul renzismo, analitico nel metodo ma in generale il giudizio è positivo sia pure con qualche prudenza (si afferma fra l’altro: “A Renzi va riconosciuto il coraggio di aver organizzato un dibattito pubblico sul governo che ha tenuto insieme la Leopolda di lotta e quell più governativa”). Insomma la confusione, come si diceva un tempo, è grande sotto il cielo, con quel che segue.

Vescovi e unioni civili

In tale situazione alcuni vescovi o cardinali più lungimiranti hanno aperto alle unioni civili, pur mantenendo il ‘no’ alle adozioni, soprattutto per portare la Chiesa fuori dalla ridotta di uno scontro ideologico sempre più anacronistico. “Le unioni civili vanno riconosciute in quanto tali, omosessuali compresi, ma non devono essere equiparate al matrimonio” ha detto rompendo infine un tabù storico il cardinale Bassetti intervistato da Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera.

“Lo Stato – aggiungeva – deve provvedere al bene comune di tutti i cittadini e ci sono diritti delle persone che vanno garantiti a tutte le coppie, dei doveri precisi che una società ha. L’ eredità, per dire. O l’ assistenza in ospedale, la vecchiaia… Può anche essere un vantaggio per lo Stato, dover assistere i singoli è una spesa doppia. Tutto questo, purché non si facciano equivoci col matrimonio». Lo stesso Bassetti rifacendosi anche al modello di La Pira, si è poi richiamato alla distinzione fra clero e laici; questi ultimi sono liberi di manifestare come vogliono le loro idee (Family day compreso), d’altro canto, implicitamente, la separazione fra parola del magistero e agire del politico cattolico vale anche in Parlamento. Su questo piano si espresse l’estate scorsa il Segretario della Cei, monsignor Galantino, il quale richiamò in tal senso la lezione di De Gasperi.  

Foto Ansa

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