Chi siamo noi per dare giudizi? Chiacchiere dopo uno spettacolo

Pensieri e Parole
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Per nostri antenati ricevere un giudizio negativo equivaleva a una questione di vita. Noi abbiamo ereditato quell’angoscia e l’abbiamo coltivata con cura. Piacere a tutti può essere considerato il vizio di un conformista

Dopo la pomeridiana, siamo rimasti a discutere. Molto a lungo. Mi sono accorta che si era fatta sera mentre salutavo gli altri. Lo spettacolo era terminato da un’ora, il sole si stava spegnendo e su via Nazionale c’era un ingorgo di taxi. “I vicini” di Fausto Paravidino, in questi giorni al Piccolo Eliseo di Roma, lascia il pubblico in sospeso. Cosa abbia voluto dire l’autore con questo testo non è chiaro.

La chiosa finale più che risolvere, spiazza.

Sulla scena una giovane coppia che ha a che fare coi nuovi inquilini dell’appartamento affianco. Lui, identificato da Paravidino col solo pronome, un Lui generico che in realtà è un Noi, appare diffidente. È impaurito. La sua compagna, invece, è attratta da quei vicini. Quasi irretita. Da lì in poi, serpeggia nel sottosuolo di battute e reazioni un costante sentimento di paura. Cambiare spaventa. Ciò che è ignoto terrorizza. Il mistero s’infittisce, come pure il senso di inquietudine che la pièce provoca nello spettatore.

Il racconto si concentra sul timore di ciò che non sappiamo, che è inspiegabile, irrazionale, metafisico. E più semplicemente sulla paura degli altri. Paura di un giudizio? mi sono chiesta mentre cercavo le parole per dire la mia. Non avevo un parere preciso, ma sentivo comunque il bisogno di impormi. È una commedia rarefatta, ho detto. E via così con altre scemenze.

A un tratto ho avuto l’impressione che la voglia di abbaiare le mie tesi – nessuna che passasse il vaglio della decenza, poi – fosse collegata anch’essa alla paura.

C’è chi resta zitto e chi straparla. Due modi di reagire opposti, legati a un disagio identico e ancestrale: paura del giudizio.

Siamo degli animali sociali, come insegna la storia. Nel paleolitico chi viveva in branco aveva più probabilità di sopravvivenza rispetto ai lupi solitari. E se consideriamo la paura come la risposta che il cervello elabora per confrontarsi con l’ambiente, la spinta alla socialità nasce proprio dall’intuizione che uniti si è più forti.

Ma se la sopravvivenza deriva dal gruppo, cosa può esserci di più sgomento di una ipotetica esclusione? Per nostri antenati ricevere un giudizio negativo equivaleva a una questione di vita. Noi abbiamo ereditato quell’angoscia e l’abbiamo coltivata con cura. Piacere a tutti può essere considerato il vizio di un conformista.

Oltre le apparenze, invece, anche il più eccentrico degli uomini sembra invischiato nella stessa bega. Siamo alla ricerca di una conferma, ciascuno a suo modo. La nostra coscienza è popolata da chi ci mette al mondo, da chi interseca la nostra strada, da chi la segna. Da coloro che ci vogliono bene e, in modo uguale, da chi ci detesta. Un contrappunto di voci a cui ci si rivolgersi, a nostra insaputa magari, in cerca di un bravo.

Benvenuta, pressione sociale! Un alfabeto comune che si compone in infinite frasi: disturbi d’ansia, disturbi ossessivi, fobia, conflitto d’identità, perfezionismo patologico. Il bisogno di potere, dominazione o controllo, a volte, non è che un sintomo della stessa paura.

Ho salutato gli altri senza un cenno di quella convinzione che avevo disseminato nella mia arringa. Avevo parlato troppo e sentivo la gola secca. Alla fine nessuno di noi aveva convinto nessuno. Ma ci eravamo esibiti tutti per il consenso.

Stavo attraversando la strada e ho ripensato a quel palco, vuoto dopo i saluti. Gli attori scivolano via dal personaggio un passo dopo la scena, nel buio delle quinte. Tornano al mondo e riprendono la recita.

Nella miriade dei modi possibili che riusciamo a essere, mi sono detta: un po’ meno per gli altri, Annalisa, e un poco più per te.

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