Che succede se vince il No? Semplice, un governo che non decide in autonomia

Il Noista
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L’essenza del governo tecnico è quella di non rispondere a nessuno

La Borsa scende bruscamente, lo spread sale fino a sfiorare i 200 punti base, il Financial Times prevede serie difficoltà per il nostro sistema bancario in caso di vittoria del No… Davvero la situazione è così critica, davvero l’esito del referendum di domenica rischia di mandare all’aria un Paese già di per sé non troppo solido?

L’eventuale bocciatura della riforma costituzionale porterebbe con sé inevitabilmente le dimissioni del governo e l’apertura della crisi: è dunque prevedibile che i mercati ne risentano, sebbene sia difficile prevedere la misura e la durata della tempesta finanziaria.

Ma, lo sappiamo, dopo ogni tempesta torna il sereno, e dunque non è questo il punto. Assai più interessante è capire che cosa potrebbe accadere dopo, cioè quale governo avrà l’Italia, e per quanto tempo, se Renzi dovesse lasciare palazzo Chigi.

Il premier ha già detto più volte di non essere disponibile a “pasticci” e “paludi”, di volersi godere lo spettacolo della crisi restandosene a casa, davanti alla tv, con il pop corn, e infine di immaginare – ma questa è evidentemente una battuta – una coalizione Berlusconi-Grillo- D’Alema alla guida del Paese o, più probabilmente, un “governo tecnico”.

Il governo dei tecnici – o dei tecnocrati – è anche la proposta dell’Economist, o per meglio dire del suo editoriale noista apparso la scorsa settimana e di fatto smentito, l’indomani, da un inserto del medesimo settimanale che invece sposava le ragioni del Sì.

Che ad una parte della finanza e della tecnocrazia europea i tecnici piacciano più dei politici, soprattutto se di parla di Italia, non è certo una novità: ma la decisione spetta pur sempre alle forze politiche italiane, al Capo dello Stato, al Parlamento.

E così veniamo al nocciolo della questione: se vince il No, che cosa c’è dopo Renzi? Un altro governo, d’accordo – ma quale governo?

Il “renzismo”, comunque lo si giudichi, è stato ed è il tentativo di rispondere all’ondata qualunquista e populista che attraversa, come un po’ ovunque in Occidente, anche l’Italia, con un ritorno alle virtù della buona politica: una politica cioè che decide, si assume le sue responsabilità, “ci mette la faccia” e non accetta i condizionamenti e le pressioni esterne, che vengano dai sindacati o da Bruxelles, dalla magistratura o da Berlino, dal circo mediatico o dalle compatibilità di bilancio.

Scommessa difficile e rischiosa, quella di Renzi, perché sfida i due veri “poteri forti” della nostra epoca: la tecnocrazia e il populismo.

Se Renzi perde la sfida, dunque, interrogarsi su che cosa verrà dopo è tutto sommato secondario: di certo non avremo più un governo politico, cioè un governo capace di decidere in autonomia e di rispondere democraticamente e responsabilmente agli elettori. E questo dovrebbe bastare per scegliere il Sì.

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