“Che” Francesco

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epa04939455 Pope Francis waves from the Popemobile after his arrival in Havana, Cuba, 19 September 2015. Pope Francis arrived in Cuba at the start of an historic nine-day trip that is also set to take him to the USA. Cuban President Raul Castro, a Marxist and atheist who has said in the past that he is a great admirer of the Argentinian-born Francis, greeted the pontiff at Jose Marti International Airport in Havana.  EPA/ROLANDO PUJOL

Davide Riondino inviato a Cuba racconta come il popolo cubano ha vissuto la visita di Papa Francesco

Non dico che fosse poco. Cuba è sempre interessante e il Papa fece il possibile, e disse quel che va detto. Ma non c’è stata quella accensione, quell’onda alta, che salda un popolo a un momento storico. Il problema lo coglie un salesiano, don Bruno, novantenne, nella parrocchia di calle Brasil, vecchia Avana. Dice: “Quella di Juan Pablo fu una visita pastorale, questa più che pastorale è una visita politica. Ne parlano continuamente, rischi che la gente dica: Ma fatevela da soli, se proprio vi garba tanto.” E così è stato. La messa con centomila persone in una piazza che in genere ne tiene piu di un milione praticamente era vuota, rispetto alle aspettative rispetto alla propaganda e alla organizzazione.

Accampati nella piazza, dalle quattro di mattina, bivaccavano discreti cristiani di varie razze, sotto gli ombrelli bizzarri che espongono riproduzioni d’arte moderna cubana: qui vendono solo quelli, e ovunque vortica l’arte in forma di parasole. Con una pacatissima andatura da scampagnata, ecco le monachelle in grigio con chitarra, i nerboruti giovin cattolici militanti con cappellino, i professori, le coppie anziane con boina, quel misterioso miscuglio di vestiti d’occasione, che s’intona perfettamente al liquefarsi dei palazzi nella calura vegetale, con piante che divorano rovine di alberghi, alberi che sbucano dai tetti, muraglie che si sciolgono in acquerelli celeste e rosa, tra cielo e mare.

Camminando per i sentieri di questa memorabile decadenza dove ogni palazzo dice la sua, rivendicando nobleza nella rovina o esigendo restauri, a secondo del carattere, raccolgo alcune figure e le disegno su carta. Come sai, Juan Pablo disse la famosa frase: “il mondo si apra a Cuba e Cuba si apra al mondo.” Era la prima volta che l’isola riceveva qualcuno che non fosse né Russo né Comunista e quindi vennero tutti, per fare presente al mondo che avevan tutti un grandissimo bisogno di qualcos’altro, e che perdio li vedessero, che tutti se ne accorgessero, e che li sentisse bene il comitato centrale gli slogans gridati in piazza: “li-ber-tad! Li-ber-tad!” che li sentisse Fidel, il diavolo gesuita.

E il Papa disse: la Chiesa ha messo Cuba nel mondo: nel cristianesimo Cuba si è universalizzata. se entri in chiesa a Santiago entri in una vibrazione che è la stessa vibrazione di una chiesa di Roma. Immagina quella chiesa accendersi di luce bianca: ed ecco che chi s’imbianca non è piu lontano e solo ma condivide un sentire, si universalizza, vola. Adesso mantieni viva l’immagine del biancore, e seguimi per l’Avana del Nacional, degli alberghi della calle 23 coi suoi palazzi ufficiali. Centinaia di persone con il telefono in mano Siedono accanto al muro di quei palazzi, digitando. Perché da qualche mese quei palazzi hanno il WIFI: e sembrano scintillare di azzurra luminescenza.

Il WIFI è una cascata che scivola per le pareti, lo immagino azzurro elettrico, spuma nell’aria, una nuvola di onde invisibili e magiche. Chi sosta dentro la nuvola, con due dollari all’ora comunica con l’universo: non è piu solo, e lontano. A tre passi di distanza precipiti nuovamente nell’abisso del terzo mondo, né wikipedia né Times, non ti colleghi in borsa, non vedi più nello schermo il cugino di Miami: ma è sufficiente tornare nella nuvola blu elettrica per ascoltare in diretta tutti i raperos del mondo. La luce azzurra è una Chiesa, la Chiesa del Mercato, il telefono è il simbolo della nuovissima fede: risplende l’azzurro elettrico, ed il telefono dice: “il Mercato si apra a Cuba e Cuba si apra al Mercato”.

Vicino alla luce azzurra spinge un carretto di legno montato su quattro ruote il contaproprista, prototipo del futuro imprenditore. Vende dolci. Una fetta un soldo, un dolce dodici fette, e due ventiquattro: un dollaro. Dandoci dentro, il carretto può fare cinquanta dollari mettici fuori le spese son mille dollari al mese in un anno diecimila, mi compro uno scarcassone faccio il tassista e allora al giorno saranno cento: e dopo compro una casa, l’affitto, mi metto a posto. Ma adesso devo andare, che se mi fermo mi multano: infatti son ambulante, e le guardie stanno attente. Arrivederci. Saluto mangiando la pastarella, lui se ne va mentre medito che se il Mercato è una fede l’amico era un buon esempio di evangelizzazione.

Venne a riaprire la santissima sede del Mercato, l’Ambasciata, il mese scorso Kerry, il Principe Malinconico, lo accompagnavano araldi che nel lontano Sessanta quella bandiera ammainarono, e che sono ancora vivi. Tutti sono ancora vivi, per inciso, in quest’isola scassata ed incantata: Fidel che regala il libro di Frei Betto, ancor vivo, che dice in televisione che Francisco è un compagnero, e altre graziose amenità. Ma non divaghiamo, Don Sergio, e andiamo alla domanda: se la chiesa biancheggia ed azzurreggia il mercato, che cosa fa il Socialista? Il Verdeoliva vivacchia, evidentemente ha perduto il famoso slancio etico, barcolla evidentemente, l’etica socialista, davanti al reggeton, barcolla in doppia moneta, barcolla e chiede al cattolico di riempire il vuoto o di contribuire. E accoglie con energia Francisco, come se fosse un alleato, un interprete. E d’altra parte le armi ormai sono in magazzino corrose dalla salsedine, mancano le munizioni: i popoli sono tutti circonfusi di luce azzurra la santeria ci risulta zoologico ecologista ed è il settantacinque per cento della popolazione: il socialismo propone al dieci per cento di cattolici di dare una mano a tenere in piedi la baracca, occupandosi dell’anima, e lasciando all’apparato la gestione delle guaguas e la controintelligenza: e poi speriamo che Obama, che pare brava persona, non cambi strada, e insieme usciamo dall’imbarazzo.

Il Prete Basco, settantacinque anni, nella periferia di Alamar, dove stavano i sovietici, cemento e palme, commenta calmo l’arrivo dell’argentino. Parrocchia senza telefono, Il Cantico delle creature disegnato alle pareti, il cortile condiviso con gli Alcoolisti Anonimi, che vengono tre volte al mese a fare le loro cose. Qui non ha senso parlare di una eccezione cubana: è una normale parrocchia povera del Sudamerica. Potremmo essere a Caracas, a Rosario, a Managua. I poveri sono poveri in ogni parte del mondo, blocco o non blocco, con o senza Mariela Castro a seguitare la specie, che aspettino o no gli Yankees la morte dei due fratelli, che azzecchino o no le cabale che il Norte toglie l’embargo perché ha paura dei profughi.

Il Prete Basco cammina, con passo da montanaro, in Via della Povertà, lontano dai riflettori, conversando con santeri ed alcolisti anonimi, lontano da questa rumba di principi generosi e principesse cattive, di truculenti califfi e viscidi viceré, che un po’ come nelle fiabe, tornano ad essere il modo di raccontarci il mondo. Ma questo è un altro discorso. Che cosa rimane, allora, della diversità, dell’eccellenza Cubana? Cosa rimane di questa straordinaria fatica? Che meditano i pensionati, dodici dollari al mese, guardando dal male con l’oceano, loro che furono i combattenti di Angola, le brigate della zafra, e adesso aspettano i soldi dei figli al di la del mare?

Nessuno lo può sapere. Lasciamoli a meditare. E ti saluto dicendoti un’ultima fantasia: dopo una notte di lampi, di sigari e mazzancolle i due fratelli terribili preserono una decisione: L’isola fu trasformata in grande parco tematico di simboli socialisti e macchine anni Cinquanta. E si installò un Vaticano nella città dell’Avana: sei mesi all’anno il Papa vivrà dentro il Capitolio, diventerà Guardia Svizzera l’esercito verdeoliva, con tanto di braghe e giacche cucite con le bandiere, elmi e alabarde di latta ritagliate da lattine di Bucanero e Cristal, nella noche tropical, tra luci bianche che sfavillano da dentro la Catedral, e luci azzurro elettriche su tutta l’Avana Libre.

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