Che effetto fa uccidere

Cronaca
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Una foto tratta dal profilo Facebook di Luca Varani, lo studente universitario ucciso in un appartamento nel quartiere Collatino, alla periferia di Roma, 6 Marzo 2016.

Due giovani hanno confessato il gesto o più precisamente l’insieme orrendo di gesti cui si sono lasciati andare

“Boredom” è la parola inglese, che si traduce letteralmente con noia ma che designa, in psicopatologia, l’inquietudine dolorosa delle persone che soffrono di un disturbo “border line” di personalità: il disturbo cui mi è venuto naturale pensare nel momento in cui mi sono trovato di fronte alle parole di due giovani che ne hanno ucciso un altro “per vedere l’effetto che fa”.

Due giovani che hanno confessato il gesto o più precisamente l’insieme orrendo di gesti cui si sono lasciati andare, con il pentimento insieme doloroso e smarrito delle persone che non capiscono quello che è successo alle loro mani ed alla loro mente nel tempo vicino e tuttavia tremendamente lontano in cui, con quella dell’amico ucciso, hanno perso o comunque irrimediabilmente compromesso la loro stessa vita.

Chiedendo aiuto al padre cui candidamente ha detto al telefono di aver “fatto una cazzata” di cui ancora non si capacitava il primo e tentando di uccidersi in una stanza di hotel il secondo, che della enormità di ciò che aveva fatto si era già reso drammaticamente conto.

Perché fatti di questo genere accadono non è mai facile ricostruire. Serve, per farlo, una conoscenza approfondita della storia delle persone che li commettono e delle loro relazioni con gli altri. Fra cui forse la vittima perché non è facile credere che sia stata scelta completamente a caso. Una conoscenza davvero approfondita non può esserci tuttavia, nel singolo caso, se non all’interno di un lavoro terapeutico di cui al momento possiamo solo dire che sarebbe necessario e che si svolgerà comunque, se si arriverà a farlo, in una dimensione privata. Da rispettare con cura perché le persone umane meritano rispetto anche quando commettono delitti atroci o atrocemente stupidi. Anche se possibile è per noi riflettere, un po’ più in generale, sui meccanismi che probabilmente sono entrati in gioco. Sulla fenomenologia, voglio dire, di questo genere di delitti.

Facilitati dall’uso di alcol e/o di sostanze, i delitti border line sono delitti legati ad una difficoltà di controllo degli impulsi. Vengono commessi da persone il cui equilibrio è labile da sempre e che sono note per l’instabilità e la fragilità del loro carattere. Che non si sono mai emancipate del tutto dalla necessità di essere protetti dalle loro famiglie. Che vivono storie d’amore caratterizzate sempre dalla violenza degli innamoramenti e dalla paura fino al terrore dell’abbandono. Che soffrono più per quello che accade o potrebbe accadere nella loro fantasia che per quello che accade nella realtà della loro vita e che provano, spesso, un desiderio doloroso, a tratti accecante, di non pensare. Che hanno la sensazione sbagliata di potersi sentire protetti anche per questo dal tentativo di correre da un “divertimento” all’altro e dall’uso di alcol o di cocaina. Che si trovano coinvolte spesso in varie situazioni di dipendenza da gioco. Che vivono una loro forma speciale di angoscia non motivata o difficile da spiegare, un’inquietudine dolorosa che si trasforma in noia. O in boredom.

Da dove viene questo tipo di sofferenza, quale ne è l’origine lontana, cominciamo a capirlo solo oggi. Riflettendo sui traumi infantili legati alla instabilità delle figure di riferimento affettivo che la gran parte di loro vive nel corso già dei primi anni di vita e sulle carenze importanti di sostegno educativo ed affettivo con cui molti di loro si incontrano nel corso della adolescenza. Un insieme di dati che spiega, senza pretendere di giustificarlo, ciò che loro fanno da grandi: come vendicandosi contro chi non c’entra nulla di quello che hanno vissuto prima. Un insieme di dati che qualcosa potrebbe e dovrebbe insegnarci però in tema di prevenzione perché altro non possiamo fare per evitare lo sviluppo dei disturbi gravi di personalità che curare le infanzie infelici e gli adolescenti che da quelle infanzie provengono. Intervenendo prima che il danno sia troppo grave.

Dove ci portano tutti questi ragionamenti, però, quando i fatti sono già accaduti e quelle con cui ci confrontiamo sono due giovani vite distrutte anche loro dalla distruzione che hanno determinato ? Pare a me perfino troppo semplice dire che accanto alla pena, da portare avanti con tutta la durezza che la gravità del loro delitto richiede anche per loro, per aiutarli ad affrontare con il dolore necessario la gravità di ciò che hanno fatto, quella cui si dovrà porre mano è anche una iniziativa di terapia capace di dare alla pena il valore riabilitativo che la nostra Costituzione le attribuisce. Il male esiste infatti e va affrontato. Senza moltiplicarne le conseguenze però e con la volontà sempre di essere accanto anche a colui che lo ha commesso.

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