Charlotte e il gap sociale in bianco e nero

Americana
Police fire tear gas into the crowd of protesters on Old Concord Road late Tuesday night, Sept. 20, 2016, in Charlotte, N.C. A black police officer shot an armed black man at an apartment complex Tuesday, authorities said, prompting angry street protests late into the night. The Charlotte-Mecklenburg Police Department tweeted that demonstrators were destroying marked police vehicles and that approximately 12 officers had been injured, including one who was hit in the face with a rock.  (Ely Portillo/The Charlotte Observer via AP)

L’America ha l’ennesima conferma di quanto esacerbata e sbigottita sia la sua anima.

Prima dello scoppio della guerra civile, Charlotte, la più popolosa città della Carolina del Nord, era nota come «la città delle chiese»: battisti, episcopali, presbiteriani, metodisti, luterani e cattolici pregavano lo stesso dio cristiano in templi edificati l’uno poco distante dall’altro.

Oggi che Charlotte torna tristemente agli onori delle cronache per motivi opposti a quelli per cui era celebre un paio di secoli fa, l’America ha l’ennesima conferma di quanto esacerbata e sbigottita sia la sua anima.

La vittima di Charlotte si chiamava Keith Lamont, aveva 43 anni e aspettava il figlio che tornava a casa con il bus della scuola. È stato ucciso perché, secondo le fonti ufficiali della polizia, aveva minacciato gli agenti brandendo un’arma non ancora precisata. È stato ucciso probabilmente dall’agente del dipartimento locale di polizia Brentley Vinson.

Keith Lamont era afroamericano. Brentley Vinson è afroamericano. Afroamericana, d’altronde, è più di un terzo della popolazione di Charlotte con i caucasici ridotti a componente etnica di maggioranza relativa. Perché a Charlotte, come in tante città del sud degli Stati Uniti, la somma delle componenti etniche di minoranza raggiunge la maggioranza assoluta della popolazione locale. Barack Obama fu eletto otto anni fa su un’inedita spinta elettorale che proveniva proprio da queste minoranze.

E su quella spinta promise che, con l’elezione del primo presidente di colore, le antiche divisioni in America sarebbero finite. La Carolina del Nord ebbe fede alle elezioni del 2008 nel giovane senatore dell’Illinois: i suoi 15 delegati (nella corsa a guadagnarne i 270 che occorrono per vincere le presidenziali) andarono a Obama dopo che per 22 anni erano andati costantemente a destra.

Ma già quattro anni fa, in occasione delle conferma di Obama alla Casa Bianca, la disillusa Carolina del Nord voltò le spalle al presidente in carica preferendogli il candidato repubblicano. Come accadde dopo tutto in molti altri stati: Obama è l’unico presidente del dopoguerra a confermarsi alla Casa Bianca perdendo voti (quasi 4 milioni…).

L’eredità di Obama è oggi oggetto di dibattito negli States. Un dibattito appena cominciato che –c’è da crederci –terrà occupati commentatori e studiosi nel tempo a venire. Il fatto è che la crescita economica rimessa in moto da Obama ha allargato il gap tra chi in America sta bene e chi sta male. Non ha alleviato le diseguaglianze sociali, non ha rimosso adeguatamente in moto l’ascensore sociale.

Per colui che era sembrato, almeno stando agli slogan elettorali e al Nobel iniziale, il presidente più di sinistra mai eletto negli States, davvero un magro bottino. E il malessere sociale aumentato negli ultimi otto anni ha premuto sull’acceleratore della radicalizzazione ideologica dello scontro tra destra e sinistra. Come hanno mostrato vari studi, c’è una relazione di diretta proporzionalità tra aumento della diseguaglianze e incremento della polarizzazione politica. Una relazione che non lascia presagire nulla di buono e ci regala oggi una delle più brutte campagna elettorali mai viste.

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