Certi talk non vanno frequentati, gli altri bisogna imparare a maneggiarli

Comunicazione
(foto Flickr - Sonia Golemme)

La politica deve imparare a prendere le proprie decisioni pensando già a come comunicarle. E, soprattutto, a costruire relazioni con la società

Nella nostra società è radicalmente cambiato il meccanismo della formazione del consenso e quindi della legittimazione del potere. Il cambiamento è dovuto a molti fattori e certo il potere della televisione è uno dei principali.

Questo – per essere molto sintetici – ha portato al fatto che oggi governare significa molto ma molto più che nel passato governare le opinioni che i governati hanno di chi governa. La politica ma anche l’azione di governo è diventata una campagna elettorale permanente esposta ai sondaggi d’opinione settimanali che la tv (i talk soprattutto) fanno diventare politainment (intrattenimento politico). È il nostro tempo, bellezza. Bisogna prenderne atto, indietro non si torna. Sia ben chiaro ai talk interessa l’audience non la verità che peraltro non è altro che l’interpretazione degli accadimenti, che trovando maggiore consenso in chi produce e influenza il consenso diventa “senso comune”. Quello che pensano tutti, quello che non può essere pensato diversamente.

Il talk ha una sua logica: esalta la persona e il conflitto, il match, la novità. Chi ha lodevolmente cercato approfondimenti ha perso audience. Certo si rispetta formalmente la pluralità delle presenze ma spesso trovi un economista accanto a uno che si occupa di scuola e così il confronto non può che rimanere superficiale. E chi rischia di più è chi si ritrova a fare il tuttologo o a rifugiarsi in affermazioni tranchant possibilmente ad effetto.

Fare politica oggi è partecipare anche a questa competizione, nel campo del news management questa sarà necessariamente una delle abilità della professionalità politica del nostro tempo. Attardarsi a non riconoscere questo significa subire l’ambiente e la capacità del sistema mediatico di imporre l’agenda a chi fa politica. Ogni decisione che si assumerà dovrà essere presa considerando la sua comunicabilità e gli effetti che questa decisione avrà nel “governo delle opinioni dei governati”.

Questo significa che i nuovi politici dovranno essere soprattutto attori di successo dei talk show? Ma le energie impegnate in questa abilità non li distoglieranno dalle abilità necessarie per rappresentare e interpretare le domande dei cittadini che sono alla base della concessione della fiducia? Si potrà esistere solo nei talk show e come si farà a trasformare le domande sociali in politiche pubbliche? Perché una vendetta della realtà, dell’esperienza, di quello che le persone vivono nella vita di tutti i giorni ci sarà per forza e sarà questa esperienza a dare il proprio significato ai messaggi ricevuti.

A me pare auspicabile che i politici non subiscano passivamente i format dei talk show, non siano subalterni al loro potere di attribuire visibilità e riconoscibilità. Quella è certo una scorciatoia ma è molto rischiosa. Certi talk non vanno frequentati, certe regole vanno fissate anche con una “conferenza di pace” con un confronto franco e leale tra due pezzi del Palazzo. Perché se c’è chi vive di politica c’è anche chi vive commentando la politica!

C’è poi una strada più faticosa ma più solida, è quella di costruire relazioni con pezzi concreti di società, diventare newsworth per le cose che si fanno, per i sistemi di relazione che si costruiscono. Solo se si ha la capacità di costruire eventi degni di attenzione da parte dei media si ha maggiore forza di contrattazione. Ma per costruire questi eventi bisogna avere relazioni con pezzi significativi di società, saper trasformare la politica in politiche. E a questo un uso non strumentale dei social media aiuta tantissimo.

 

(foto Flickr – Sonia Golemme)

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