La posta in gioco

Riforme
Aula del Senato durante la discussione sulle riforme Costituzionali, Roma, 17 settembre 2015. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

La scelta di fondo c’è già stata in modo identico tra le due Camere e, mentre pensiamo al bicameralismo futuro, è evidente che se violassimo il principio della “doppia conforme”, faremmo intanto saltare il bicameralismo che c’è

In queste ore molti sembrano commentare due non notizie. La prima di esse, andando a ritroso, è il passaggio diretto in Aula deciso ieri, saltando l’esame della Commissione Tutti sanno che il 15 ottobre comincia al Senato la sessione di bilancio e che, pertanto, la presentazione di una marea di emendamenti poteva portare solo a questo esito inevitabile se si vuole mantenere l’impegno. A tratti, peraltro, si è sostenuto da parte di alcuni presentatori che essi potevano essere ritirati in cambio di intese su altre materie (come la concessione di una grazia) ed in extremis si è annunciato di poterne ritirare una gran parte solo per guadagnare altro tempo. Ne sarebbero comunque rimasti una quantità sufficiente per paralizzare la Commissione. La seconda non notizia è stata la precedente decisione della Presidente Finocchiaro di dichiarare inemendabile il cuore dell’articolo 2 del testo: ma come si poteva pensare che dopo una doppia lettura conforme in cui entrambe le Camere avevano dichiarato di volere un Senato rappresentante delle istituzioni territoriali si potesse tornare al punto di partenza?

La Camera ha anzi per certi versi rafforzato il principio, cambiando una sola preposizione: una scelta che porterebbe i sindaci senatori a decadere non solo al termine del mandato ma anche quando cessa il Consiglio regionale che li ha eletti.
Come potrebbe un garante del regolamento utilizzare questa scelta, che rafforza appunto il ruolo elettivo di mediazione del consiglio regionale, essere utilizzata per legittimare il suo contrario, un Senato delle garanzie sganciato dagli enti territoriali ed eletto in modo analogo alla Camera?
La scelta di fondo c’è già stata in modo identico tra le due Camere e, mentre pensiamo al bicameralismo futuro, è evidente che se violassimo il principio della “doppia conforme”, faremmo intanto saltare il bicameralismo che c’è.
Senza tale principio, infatti, il nostro bicameralismo ripetitivo, diventerebbe ben più di oggi una palude in cui tutto può essere costantemente ridiscusso.

Il Senato delle garanzie, scelta anomala nel diritto comparato, è stato scartato in modo meditato perché esso non si limiterebbe a introdurre una elezione diretta doppione della Camera ma soprattutto perché, anche laddove non si volesse prevedere il rapporto fiduciario, né risolverebbe i conflitti centro-periferia né ridurrebbe i poteri di veto. Per certi versi, anzi, li aumenterebbe, perché una Camera che non dà la fiducia è irresponsabile, è anche una Camera in cui non si può porre la questione di fiducia ed in cui sarebbe fatale aumentare le leggi da approvare in entrambe le Assemblee.
Se la legittimazione fosse identica, l’onere della prova spetterebbe a chi volesse stabilire il primato della Camera: la regola dovrebbe essere il potere paritario e l’eccezione il primato della Camera. Diverso mi sembra invece l’avvicinamento tentato nel Pd: pur restando nello schema del Senato espressione delle istituzioni territoriali la maggioranza ha accettato che questo schema possa essere integrato da una certa prevedibilità nel voto dei cittadini rispetto ai consiglieri che svolgano anche il ruolo dei senatori e, nel contempo, larga parte della minoranza che in origine aveva pensato a un Senato delle garanzie, sembra in sostanza aver accettato uno schema analogo, almeno come subordinata.
Se questo avvicinamento si è prodotto, non si capisce allora perché si dovrebbe ora lacerare il gruppo parlamentare per ragioni di natura politica estranee alla materia del contendere con conseguenze a catena difficilmente governabili.

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