C’è un’Italia che sa rialzarsi da fango o macerie

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La città fu paralizzata sotto il fango, eppure seppe rialzarsi

Pensate a Firenze. Pensate ai suoi monumenti e simboli immortali: il Duomo, Palazzo Vecchio, Ponte Vecchio, Santa Croce. Ecco, pensateli come li conoscete ora e immaginateli immersi nella melma atroce dell’alluvione del 4 novembre 1966, 50 anni esatti fa, che con furia avvolse tutto in poche ore e sembrò seppellire sotto il fango l’intera città e tutta la sua storia universale. Morirono 35 persone, 17 in città, 18 nella provincia.

La città fu paralizzata sotto il fango: negozi e imprese distrutti, attività interrotte, opere d’arte danneggiate, alcune irrimediabilmente, soccorsi difficili. Le immagini di quei giorni che tutti abbiamo in testa e nel cuore sono di una città completamente inondata, dove i monumenti più noti sembrano soccombere alla furia del fiume. Esemplare mi sembra la foto di uno dei soccorritori del Crocifisso di Cimabue, Salvatore Franchino, che allarga le braccia, sconfitto, di fronte all’opera bagnata dal fango. Eppure la città seppe rialzarsi. Ferita, abbattuta, ma non sopraffatta. Subito i fiorentini si diedero da fare, parrocchie e sedi di partito organizzarono comitati senza neppure aspettare le autorità romane.

Dall’Italia e dall’estero arrivarono organismi di soccorso e aiuti. Arrivarono giovani, centinaia e centinaia, spontaneamente o tramite amici e scuole, col semplice passaparola. Diventarono gli Angeli del fango. Di loro restano indelebili le immagini di giovani sorridenti con vestiti e scarpe melmosi, appoggiati a un portone a fumare una sigaretta, oppure con l’acqua fino alle ginocchia, mentre in una catena umana improvvisata si passano di mano in mano i libri fradici raccolti dall’acqua che aveva invaso la Biblioteca nazionale. Il lutto di Firenze era quindi il lutto dell’Italia tutta e del mondo intero, il lutto di chi sa di perdere non solo una città, non solo vite umane, non solo opere d’arte, ma un pezzo dell’anima del nostro paese, della sua storia, della sua umanità. Oggi però non è il giorno della celebrazione di un anniversario. I nostri morti non lo meritano. Oggi noi dobbiamo affiancare al doveroso e rispettoso ricordo delle risposte. Le alluvioni non sono improvvise come i terremoti, e soprattutto se ne possono prevenire e mitigare gli effetti con opportune opere idrauliche. La vera cura è la prevenzione. Gli errori del passato vanno ricordati per non ripeterli.

E’ di un anno fa l’accordo di programma quadro tra regione Toscana, ministero dell’Ambiente, l’unità di missione di Palazzo Chigi #Italiasicura e Città Metropolitana di Firenze. I fondi sono interamente destinati alle opere strategiche più urgenti per la protezione dal rischio idraulico e idrogeologico. Tra questi ci sono le quattro casse di espansione a monte di Firenze e l’adeguamento dell’invaso di Levane. I lavori dovrebbero essere ultimati a fine 2018. Speriamo che questa sia la svolta finale. Troppo alto il rischio per Firenze per lasciar fallire questa occasione. Ma è l’Italia, il mondo, che non possono più permettersi di rischiare

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