C’è un’astronave italiana nel mare di Barents

ControVerso
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La contrapposizione fra old e green economy è una visione semplicistica che penalizza interi importanti settori dell’economia

Mentre in Italia ci stiamo accapigliando sulle piattaforme che estraggono quel po’ di gas che non importiamo e che ci serve per scaldarci, fare andare un certo numero di centrali elettriche e anche un bel po’ di automobili, nel mare di Barents, nel punto più a Nord mai affrontato per questo genere di imprese, un impresa italiana, l’ENI, e i suoi ingegneri hanno dato vita ad una struttura tecnologica spettacolare.

Una piattaforma in grado di estrarre complessivamente qualche cosa come 180 milioni di barili di petrolio. L’equivalente di quasi due interi anni di consumo mondiale. La piattaforma ha una struttura cilindrica con un diametro di 115 metri ed è alta 100 metri. Un palazzo di 20-30 piani largo quanto due campi di calcio affiancati, ancorata in mare aperto. «È stato come andare sulla luna», ha commentato l’AD di Eni. Complessità ingegneristica, materiali usati, misure di sicurezza, sistemi informatici che sovrintendono ad ogni operazione e monitorano ogni azione. Il paragone con un’astronave non è fuori misura.

La quantità di tecnologia contenuta in quella struttura avrà ricadute importanti in molti altri settori e arricchisce il know-how della compagnia italiana. Anche dal punto di vista ambientale ci sono progressi con una drastica riduzione delle emissioni di CO2 e sistemi di prevenzione di eventuali incidenti.

L’innovazione tecnologica attraversa ogni settore e lo migliora e la contrapposizione fra old e green economy è una visione semplicistica che penalizza interi importanti settori dell’economia. Prima o poi faremo a meno anche del petrolio ma nel frattempo il mondo ne consuma sempre di più. Estrarlo senza far danni mi sembra un bel passo verso la green economy.

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