Pressioni e dossieraggi, ma c’è chi dice no

Petrolio
Graziano Delrio 2

Dall’inchiesta il ministro dei Trasporti, Lotti, Guerra e De Vincenti nemici degli affaristi

Che in Italia la famiglia dei furbetti del quartierino non vada mai in pensione è confermato da quel che a spizzichi e bocconi – as usual – sta venendo fuori dalla inchiesta di Potenza. Si tratta di avvoltoi di ultima generazione che volteggiano sulla cosa pubblica convinti ancora di poter mettere tutti nel sacco.

Gente che cerca affari, soldi, licenze, appalti, allunga le mani sul bene comune, da una parte blandendo lo Stato e dall’altro ricattandolo a seconda delle situazioni, persino con presunti dossieraggi ai danni di un galantuomo come Graziano Delrio. Già, salta fuori che si volevano ricattare lo Stato e il Governo italiano e manovrare pezzi dello Stato contro altri pezzi dello Stato. Si voleva condurre una manovra destabilizzante non esitando a sfruttare rapporti di conoscenza, anche intimi, pur di portare a casa il malloppo.

Il loro problema però è che sono cascati male, stavolta. C’è una Procura che indaga, e fa bene, ma c’è un Governo che è il più interessato di tutti ad avere chiarezza, che non ha cincischiato quando è scoppiato il caso-Guidi e non lesinerà collaborazione con gli inquirenti. Ne sono testimoni le parole nette, inequivocabili che ieri sera ha usato Delrio: «Ho letto da articoli di stampa che sono al centro degli interessi di un comitato d’affari che non conosco, da cui non ho mai ricevuto pressioni o condizionamenti e tantomeno ricatti ai quali evidentemente non mi sarei mai sottoposto». Ma anche su questo sarà bene che si faccia prima possibile chiarezza, totale. «Sono interessato, piuttosto, a sapere – continua il ministro dei trasporti – se esiste o è esistita un’attività di dossieraggio nei miei confronti, volta a screditarmi, basata su presupposti totalmente infondati.

Attività che considererei molto grave non solo nei miei riguardi, ma anche verso ogni cittadino italiano che possa esser oggetto di tali attenzioni. Per questo motivo presenterò un esposto alla Procura». Non è un Governo che si lascia ricattare, questo. E non solo per difendere l’onorabilità e la trasparenza politica di chi ha visto il suo nome apparire nelle conversazioni telefoniche.

Questo governo non è ricattabile per senso dello Stato e della credibilità della politica, una politica che di nuovo pare restare impigliata nei giochetti pericolosi di avventurieri avidi di denaro ma che deve dimostrare di saperli annientare, quei giochetti. E su questo non pare che Renzi abbia voglia di mostrare timidezze. «È una barzelletta che noi siamo il governo delle lobby. Ai giochini dei politicanti che continuiamo tutti i giorni a fare polemica non prestiamo loro attenzione» ha replicato al Tg2 ieri sera.

Se è vero che l’ex ministra Federica Guidi si lamentava, a detta del suo ex Gianluca Gemelli, «Gianlù, io c’ho Luca Lotti che mi sta massacrando, su ogni cosa di queste ci mette il becco», allora vuol dire che all’opera c’era un gruppo di arraffatori (puntavano pure all’aeroporto di Firenze) e dall’altra la politica, con agganci personali (Guidi) e gente che «metteva il becco» (Lotti).

Viene cioè in chiaro che il Governo era un problema, per certa gente. Secondo i giudici Federica Guidi, ascoltata ieri a Potenza per tre ore, è «parte offesa», cioè è stata sostanzialmente «messa in mezzo» da questo Gianluca Gemelli che emerge in mezzo a una combriccola di personaggi come la vera anima nera del pasticcio e sostanzialmente la vessava, chiedeva, pretendeva.

Ma perché la Guidi non ha rivelato subito al presidente del Consiglio che c’era un problema? Anzi. A leggere le intercettazioni pubblicate a strascico dai giornali lei al telefono non esita a offendere un sacco di gente: ministri, sottosegretari. Facendo emergere un ritratto della politica purtroppo abbastanza consono alla definizione di Rino Formica – «la politica è sangue e merda» – e tuttavia questi sono tempi diversi, come d’altronde lei stessa ha compreso togliendo il disturbo in men che non si dica. Ma sono politicamente inquietanti le parole che escono dalla bocca dell’ex ministra, tipo «non mando a puttane un pezzo della mia roba per fare un favore a quel clan lì, perché sono dei figli di puttana» mentre il suo sottosegretario Claudio De Vincenti viene sinteticamente definito «un pezzo di merda». Altro

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