Gli scontrini, Marino e noi: la verità sulla fine dell’esperienza di governo

Roma
The resigning mayor of Rome, Ignazio Marino, during the press conference in the hall of Protomoteca in Campidoglio. "I am not investigated" he said, Rome, 20 October 2015. ANSA/ ANGELO CARCONI

L’assoluzione per la vicenda delle spese di rappresentanza è una buona notizia, ma ha poco a che fare con la conclusione negativa dell’esperienza di governo

Io sono contento della decisione della procura di Roma di stralciare dalle indagini ben 116 persone inizialmente sospette di essere in qualche modo coinvolte con il «mondo di mezzo». E sono contento dell’assoluzione, in un altro e diverso procedimento, di Ignazio Marino. Fra i 116 c’è un altro ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, un mio avversario politico: ma ho sempre ritenuto che la reputazione istituzionale del Campidoglio avrebbe subito colpi gravissimi, che si sarebbero estesi all’Italia e avrebbero colpito l’intera città di Roma, se fosse emersa la colpevolezza per reati così gravi e infamanti a carico di due ex sindaci della Capitale. Per le modalità con cui funziona il circuito fra politica e comunicazione, dominato dall’emotività, dal cortissimo respiro e dall’assenza di memoria, temo che alcuni danni si siano comunque prodotti.

Gli effetti dell’inchiesta “mondo di mezzo” non sono finiti. Sui filoni centrali dell’indagine continua il dibattimento nei processi in corso, che hanno evidenziato numerosi fenomeni di interconnessione fra affarismo, talvolta criminale, e pubblica amministrazione (non solo comunale, anche statale e regionale), ma anche un crescente radicamento a Roma di organizzazioni connotate dall’uso della violenza a fini di arricchimento e di controllo del territorio. Saranno i giudici a valutare le tesi della procura sull’aggravante di associazione mafiosa, ed è un buon segnale di funzionamento della giustizia italiana che queste accuse siano cadute per alcuni: significa che i procedimenti giudiziari e i dibattimenti nelle aule del Tribunale sono veri e non precostituiti. Sarà la procura di Roma a dover valutare se l’impostazione di quell’indagine, e soprattutto il suo ampliamento “a strascico” su tanti settori delle pubbliche amministrazioni romane, non contenga qualche errore.

Sta di fatto che per otto mesi durante il 2015 nelle sedi nazionali competenti (Ministero Interni, Prefettura) si discuteva se procedere o no allo scioglimento del Campidoglio per mafia. Non mi sembra una cosetta da nulla, anche per i riflessi nazionali e internazionali. E da quanto si sa – poiché parliamo di documenti secretati – alcune relazioni tecniche conseguenti alle ispezioni ministeriali in Campidoglio erano favorevoli allo scioglimento.

In tanti siamo scesi in campo per difendere l’amministrazione Marino, vittima delle vicende esplose con le inchieste giudiziarie. Fra questi Orfini, Sabella, Rossi Doria, Esposito, Di Liegro, il sottoscritto. Intanto il PD commissariava la federazione romana. L’estrema decisione dello scioglimento è stata evitata grazie a un forte piano anticorruzione a firma di una funzionaria che pochi mesi dopo, inspiegabilmente, è stata allontanata dal Campidoglio dal commissario Tronca. E però lo scioglimento del Municipio di Ostia per mafia è il più grande mai attuato in Italia: Ostia ha più abitanti di Reggio Calabria.

Questo è lo scenario drammatico in cui è maturato lo scontro politico fra Marino e il Pd. Scontro politico, si badi bene, non sulle spese di rappresentanza. Io penso che l’errore di Marino sia stato di interpretare tutti gli avvenimenti che gli si rovesciavano addosso come una congiura nei suoi confronti. Marino non ha voluto condividere una riflessione politica autocritica sull’impreparazione con cui lui e l’intero centrosinistra sono tornati al governo del Campidoglio nel 2013 senza preventivare le debolezze e le distorsioni che albergavano nel consiglio comunale e negli uffici –tanto che la sua amministrazione ha tardato a intervenire su fatti evidenziati dal Ministero dell’Economia nel gennaio 2014 e poi esplosi a dicembre con le inchieste giudiziarie.

L’assenza di un progetto forte e autorevole ha generato una frattura fra la sua giunta e la città, che vedeva un’azione amministrativa poco efficace. Anche qui Marino ha sofferto i contraccolpi di questioni storiche e strutturali – dovrebbe essere chiaro a tutti ormai che Roma ha bisogno di una profonda riforma della governance locale e che nessuno, neppure i super-eroi della Marvel, è in grado di gestirla dentro le attuali regole. La reazione di Marino però non è stata rivolta alla costruzione di un contesto più ampio e più forte, ha prevalso il vittimismo e la scelta politica dello scontro con il Pd, percepito come una sorta di «impero del male», accusato di non aiutarlo abbastanza. Segnalando con ciò una preoccupante rimozione, perché la norma «salva Roma» del 2014, che ha permesso al Campidoglio di affrontare il deficit di 800 milioni lasciato da Alemanno e che era caduta due volte in Parlamento, è stata riscritta in modo efficace e poi approvata grazie all’impegno del Pd.

Perché è stato il governo Renzi a riconoscere al Campidoglio gli extra-costi derivanti dalle funzioni di Capitale, 110 milioni: una richiesta che gli amministratori di Roma avanzavano da almeno 25 anni. E sempre quel governo ha dato a Roma le risorse richieste dalla giunta Marino per il Giubileo, più di 200 milioni, arrivate nei primi mesi del 2016. A proposito della trasparenza tanto sbandierata dai 5 Stelle, sarebbe interessante sapere come la Raggi sta impiegando queste risorse. Temo che non lo sappia…

La politica è un duro esercizio. Lo scontro fra Marino e Pd ha avuto gli esiti drammatici che conosciamo. La sua assoluzione per la vicenda delle spese di rappresentanza è una buona notizia, ma ha poco a che fare con la conclusione negativa dell’esperienza di governo romano di centrosinistra fra 2013 e 2015. Tanti errori sono stati fatti e forse è arrivato il momento che anche Ignazio Marino, grazie alla serenità riconquistata da ieri, riconosca i suoi.

 

Vedi anche

Altri articoli