Cattedre Natta, perché non sono d’accordo con Stefania Giannini

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C’è un deragliamento rispetto ai principi che devono guidare le politiche universitarie

Leggo l’intervista del Ministro Giannini all’Unità che tocca anche il tema delle Cattedre Natta.

Il Ministro, che a quanto è dato di sapere in realtà non è regista di questa operazione per costruire un canale parallelo di reclutamento controllato dal governo, pensato e messo a punto a Palazzo Chigi, con l’impegno in particolare del sottosegretario Tommaso Nannicini, pare mostrare una disponibilità al dialogo verso quella parte del mondo universitario che si è espressa criticamente verso l’operazione (sono tra i promotori del manifesto dei 75 professori, al momento sostenuto da più di tremila firme, che hanno duramente stigmatizzato l’operazione e la specifica scelta di commissioni governative, anche se parlo qui a titolo personale).

Ma le sue parole al momento non mi paiono tranquillizzanti.

Innanzitutto il ministro pone di fronte al fatto compiuto di “500 persone in più” negli atenei italiani, sulle quali, a suo dire, nessuno dovrebbe avere qualcosa da obiettare.

Ammesso e non concesso che i criteri con i quali si sceglieranno quei cinquecento siano veramente soddisfacenti, sarebbe come pretendere che qualcuno con la casa un po’ diroccata, piena di spifferi e senza riscaldamento perché non ci sono i soldi per pagarlo, sia grato del prezioso tappeto persiano che gli è stato regalato, che potrà mettere nell’ingresso, magari così nascondendo il pavimento vecchio e sconnesso.

Il Ministro prosegue sostenendo che a sollevare critiche sono metodo e procedure. Qui bisogna intendersi.

Se per “metodo” Stefania Giannini intende il fatto che si sia proceduto senza avvertire la necessità di consultare il mondo universitario e si sia deciso tutto a Palazzo Chigi e per “procedure” intende l’insieme delle procedure che hanno costituito un canale parallelo e lo hanno messo sotto tutela della Presidenza del Consiglio (e del governo), allora ha ragione. E quindi ben venga una radicale discussione sulla natura del provvedimento.

Se, invece, il ministro Giannini ritiene che metodi e procedure riguardino i meri dettagli, credo che non abbia colto la profondità dello sconcerto di quella parte del mondo universitario che si è sinora espresso.

Meraviglia – per lo meno meraviglia me – il fatto che un Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Scientifica non avverta alcun disagio rispetto ad interventi imposti dall’alto, che invece di intervenire per migliorare il sistema universitario (che in prospettiva comparata ha ricevuto e riceve ben poche attenzioni dai governi che si sono succeduti in termini di risorse), costruiscono percorsi “extracorporei” in modo estemporaneo, non si sa se come interventi una tantum o interventi destinati a ripetersi.

E, ancor più, non avverta alcun disagio rispetto al fatto che platealmente si ledono principi costituzionali, principi che sono a fondamento delle nostre democrazie, come la libertà della scienza, della ricerca, dell’insegnamento.

Il Ministro Giannini parla di “doverosi miglioramenti”, io credo che bisognerebbe interrogarsi su un deragliamento rispetto ai principi che dovrebbero governare le politiche universitarie e in generale le politiche pubbliche in un paese democratico. Di questo a mio parere credo sia serio parlare. Non di piccoli aggiustamenti.

E per fare questo è anche auspicabile che si guardi alla complessità dei problemi e si rinunci ad inseguire, quando non a titillare, il senso comune, gli umori popolari, che quando una democrazia è in crisi si accendono facilmente ed ora sembrano dilettarsi – con autorità pubbliche e politiche che soffiano sul fuoco – con il capro espiatorio del “professori”.

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