Caso Guidi, chi fa parte della società civile non salva necessariamente l’Italia

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Il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri, Roma, 20 febbraio 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Le categorie “privato è bello”, “imprenditore è competente”, “società civile è attenta all’etica” sono solo comode convinzioni per i poveri di spirito

Premetto che non ho mai avuto simpatia per la signora Guidi e per chi ho sentito discettare di meritocrazia, senza chiedersi quanto pesasse il loro cognome sulla valorizzazione dei meriti, nessuno nega che ci potessero essere.

Ma il tema che mi interessa è il simbolo che la signora Guidi incarna: non è una politica, nel governo è sicuramente ciò di più vicino alla società civile, è un’imprenditrice (o figlia di), opera nel settore privato. Insomma la quintessenza di ciò che dovrebbe salvare l’Italia.

Eppure questa signora, pur persona di mondo, non riesce a capire che non può non segnalare una situazione come quella che la vede interessata a decisioni del governo. E non conta se la decisione è giusta o sbagliata, non conta se lei ha o meno un peso nella decisione.

Il fatto che sia anche così sprovveduta da parlarne al telefono è alla fine quasi un’attenuante, fa tenerezza. Ecco, che una signora con questi meriti rischi di mettere in crisi un governo in una fase così complicata lascia basiti.

Dimostra che le categorie “privato è bello”, “imprenditore è competente”, “società civile è attenta all’etica” sono solo comode convinzioni che funzionano per i poveri di spirito, che hanno bisogno di avere certezze a cui attaccarsi. Per tutti gli altri è una lotta e una scoperta tutti i giorni, pronti a correggere sempre la rotta.

Mi permetto una nota personale, a proposito di imprenditoria privata italiana (spesso familiare) ho una certa esperienza e stendo una pietosa trapunta.

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