Caso GF, non basta la cacciata da un reality

Televisione
Clemente Russo in una immagine del 04 giugno 2015.  
ANSA/STEFANO PORTA

L’incredibile performance di Clemente Russo, ma il problema è più di fondo e riguarda il ruolo dei media

Quanto accaduto al Grande Fratello vip, con le frasi sessiste, omofobe e violente pronunciate da due concorrenti, l’ex calciatore Stefano Bettarini e il pugile Clemente Russo, oltre a lasciarci con un senso di sconforto sulla pochezza umana e morale di alcuni personaggi pubblici, ci permette una riflessione su ruolo e responsabilità dei media.

Torno sul caso – dopo l’esclusione di Russo dalla trasmissione e volutamente senza dare ulteriore pubblicità a frasi e atteggiamenti che mi fanno orrore – perché credo che stigmatizzare comportamenti individuali e cacciare un concorrente non basti a lavarsi la coscienza.

Non servono le scuse, non servono le lacrime, non servono i pentimenti del giorno dopo, non serve la difesa da parte della famiglia, né immolarsi sull’altare schermico di una punizione televisiva: chi non ha consapevolezza dei propri pensieri e delle proprie parole deve stare zitto, studiare, provare a cambiare nel profondo, se ne è capace, la propria visione del mondo e unirsi a quella sfida di civiltà, giustizia, rispetto e libertà che è la battaglia contro la violenza maschile sulle donne.

Ma anche questo non basta. Il dialogo notturno tra Bettarini e Russo è diventato un fatto pubblico perché è stato mandato in onda, senza alcuna nota di critica o di autocritica. Per arrivare alla condanna pubblica ci sono voluti la protesta dell’opinione pubblica e la richiesta di verifica disciplinare del Ministro Orlando nei confronti di Russo, che gareggia per i colori della Polizia Penitenziaria.

Così produzione e rete si sono infine attivate, anche se con ritardo e senza gli automatismi che in passato avevano portato a cacciare concorrenti rei di aver offeso, ad esempio, valori e comunità religiose. Come se ci possa essere una gerarchia tra gli insulti, che porta a punire una bestemmia ma non un’offesa volgare e violenta contro una donna.

Sembra che la tv si senta responsabile solo se tocca sensibilità formalmente affermate, ma non sappia riconoscere il suo ruolo attivo nella formazione del pensiero comune.

E invece la responsabilità dei media è forte, va richiamata e, mi auguro, rivendicata da editori e protagonisti. I media contribuiscono alla diffusione del linguaggio, che dà forma alla realtà e grazie al quale si consolidano gli stereotipi, i pregiudizi, le costruzioni culturali, da sempre governate dagli uomini e declinate al maschile, che usiamo per semplificare il mondo e per conservare i rapporti di potere.

Il linguaggio, invece, con l’impegno di tutte le Istituzioni, della scuola e proprio dei media, può e deve diventare lo strumento per cambiare, per rompere e non perpetuare quella rappresentazione rigida e distorta della realtà che condiziona ciò che ci aspettiamo dalle donne e dagli uomini, che limita desideri, opportunità, possibilità, che crea le condizioni per comportamenti violenti, che non rispetta la dignità delle persone.

Si sta producendo una pericolosa assuefazione a nuove forme di violenza linguistica che, dalla rete alla tv, connotano il tempo che viviamo e ci fanno camminare costantemente sul crinale scivoloso che rischia di farci perdere del tutto il senso di rispetto per l’altro, per le differenze, per la comunità cui apparteniamo. Ecco perché non possiamo accontentarci della cacciata di un concorrente da un reality, ma vogliamo che tutto il sistema dei media cambi e assuma il rispetto come valore assoluto, umano ed editoriale.

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