Caro Staino, perché mi vuoi sul tuo giornale?

l'Unità
L'Unità

Faccio alcune osservazioni che forse possono servire alla riflessione tua, del condirettore e dei redattori dell’Unità

Caro Sergio, anzitutto auguri vivissimi per il gravoso impegno che hai assunto come direttore dell’Unità. Sei un uomo coraggioso, un combattente che ha espresso le sue opinioni e i suoi ideali attraverso la vignetta, la striscia, le pagine di un giornale, Tango, disegnate con maestria, ironia e passione.

Oggi ti devi cimentare non solo con la scrittura ma con la direzione di un giornale che, come hai scritto nel tuo editoriale, deve somigliarti e quindi dovrebbe essere ripensato e riprogettato. Siccome chiudendo il tuo articolo mi chiedi di partecipare, alla mia giovane età, all’impresa, faccio alcune osservazioni che forse possono servire alla riflessione tua, del condirettore e dei redattori del’Unità.

Antonio Gramsci, nel gennaio del 1924, fondò l’Unità come organo di un partito che aveva contribuito a fondare nel 1921 e pensava che il giornale dovesse servire a svolgere un ruolo politico-culturale volto a sostenere la costruzione di quel partito.

U n partito, come è noto, sorto con la Rivoluzione sovietica come sezione della Terza internazionale. Poi c’è stato il fascismo, la clandestinità, il carcere, la guerra, la Resistenza, e l’Unità veniva stampata clandestinamente. Fu allora che io la conobbi, nel 1941. Quando, nel marzo del 1944, Togliatti torna in Italia cambia tutto, tenendo presente la lezione di Gramsci, quella che aveva appreso nel lungo esilio e quella imposta dai mutamenti che si intravedevano con la sconfitta del nazifascismo. Togliatti non pensa più a un partito di quadri in grado di guidare la Rivoluzione, fase che considera chiusa in Europa. Pensa a un grande partito di massa, presente, come disse, «in tutti i gangli della società», con un programma che avrà un riferimento nei valori e nei principi che si ritroveranno nella Costituzione.

In questo quadro, dirà, l’Unità deve essere un grande giornale che parla a tutto il popolo, «il Corriere della Sera dei lavoratori». E questo, nel bene e nel male, è stata l’Unità nella storia politica e giornalistica del nostro paese. Quando, molti anni dopo, sei venuto tu, sotto la mia direzione, abbiamo teso ad adeguare il giornale alla evoluzione politico-culturale che si verificava in quegli anni. Per questo introducemmo le tue strisce, le tue vignette, Tango.

Di questo periodo tu hai parlato e scritto molto. Ma bada che anche allora io avevo in mente un PCI che comunicava con la sua gente, e pensavo che fosse quello il tipo giornale che, anche con una più accentuata autoironia, servisse al partito di massa. E quel partito, infatti, pensava al giornale come al suo giornale, da leggere e diffondere. Poi, dopo l’89, tutto è cambiato, quel legame si è interrotto, ma non è questa l’occasione per riscrivere la storia più recente de l’Unità.

Se ho scritto questa lunga premessa è perché vorrei porti delle domande: l’Unità è il giornale del PD o degli imprenditori che hanno la maggioranza delle azioni? Ed è il giornale del PD o è il giornale di Renzi? E se è il giornale del PD, qual è il progetto di questo partito? Qual è l’asse politico-culturale, di cui il giornale, pur nella sua autonomia, deve tenere conto? Come sai, io non ho aderito al PD proprio perché non ho capito quale fosse il suo progetto politico. E non ho nemmeno capito se si volesse fare davvero un partito, certo diverso da quelli a cui ho fatto riferimento parlando della vecchia Unità, ma un partito.

Un partito, voglio dire, del XXI secolo, che faccia una battaglia politica con le forze sociali, politiche e culturali che sono oggi in campo. Ho fatto queste considerazioni perché la testata l’Unità inevitabilmente richiama l’idea di un giornale di partito, per quanto autonomo comunque espressione di un campo politico di riferimento. Qual è il campo politico della tua Unità? Tu conosci le mie posizioni: io difendo criticamente la storia della sinistra italiana, e il ruolo che hanno avuto nella vicenda politica italiana le personalità della sinistra e del sindacato. Lo faccio non per nostalgia, ma per capire meglio l’oggi e il domani. E spesso ne discuto con dei giovani, trovandoli interessati e partecipi. Senza memoria, senza una riflessione sul passato, non si costruisce l’avvenire.

E un partito, se è tale e non solo un comitato elettorale, deve dare soluzioni ai problemi di oggi pensando a dove va e a dove vuole che vada la società. La sinistra, diceva Bobbio, deve tendere all’uguaglianza: c’è ancora chi scrive e teorizza che sono le disuguaglianze che si accentuano a generare il progresso e il benessere. Io penso che occorra lottare per il contrario. È questo il senso della lotta politica e sociale nel mondo in cui viviamo. Ma il PD dov’è? Insomma, le mie posizioni sono quelle che esprimo da qualche tempo scrivendo su Facebook, dove non di rado critico aspramente il Presidente del Consiglio e Segretario del PD. Non vorrei trovarmi in un giornale dove invece tutti gli altri, pur legittimamente, scrivono solo per dare sostegno a Renzi, alla sua politica, al suo agire. Farai un giornale in cui potranno sentirsi a casa anche voci critiche, che possano sollevare contraddizioni, visioni diverse di cosa sia una politica di sinistra e un partito? Non vorrei finire per apparire come un isolato bastian contrario, un vecchio che non si rassegna al “nuovo”. Anche perché non credo sia così.

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