Caro segretario, da compagno a compagno…

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cuperlo

Lettera aperta a Matteo Renzi. “Non si può fingere di volere l’unità del Pd senza cercarla. E rischiamo di dividere l’Italia, con istituzioni meno autorevoli perché meno condivise”

Caro Segretario, domani il Consiglio dei ministri comunicherà la data del referendum costituzionale. Per quanto conta ho avuto e avrò il massimo rispetto delle posizioni di ognuno a cominciare da quelle espresse già da tempo dentro il Pd. Tu hai riconosciuto l’errore di una prima personalizzazione del voto. Giusta la correzione, più difficile nei fatti slegare il referendum dal clima generale del Paese. La richiesta di valutare il merito della riforma non ha cancellato i dubbi su singole soluzioni, il che ha spinto un buon numero di studiosi a esprimere contrarietà al disegno. Come sai alcuni di noi provarono nell’iter a correggere quei limiti senza trovare sponda nel governo e nel partito. All’epoca di fronte agli errori delle destre e al nostro appello inascoltato a non privare il Parlamento delle sue prerogative, persino davanti all’abbandono dei lavori da parte delle opposizioni i più amareggiati e critici tra noi non fecero mancare il numero legale e votarono il testo.

Lo facemmo ponendo una serie di condizioni – di concrete scelte da compiere – per cercare di allargare il consenso sulla riforma di quasi un terzo della Carta fondamentale. L’Italicum, purtroppo, non ha migliorato il quadro. Non lo ha fatto sul piano del metodo col governo che sulla legge fondamentale della rappresentanza ha posto una fiducia che in diversi non abbiamo votato. E non lo ha fatto nel merito producendo un assetto futuro che in molti oggi giudicano sbagliato per lo squilibrio di potere che potrebbe determinare a vantaggio di una maggioranza.

Al referendum, più o meno, ci si è arrivati così. Con una richiesta, a mio avviso sensata, di spacchettamento dei quesiti pensata per consentire maggiore comprensione e libertà di giudizio. Avremo invece una sola scheda che riprodurrà il titolo della legge con la richiesta di approvare o meno il superamento del bicameralismo, la riduzione dei parlamentari, minori costi per le istituzioni, la chiusura del Cnel e una revisione del Titolo V. A quel punto immagino che un certo numero di elettori barrerà il Sì per licenziare i politici e altri il No per punire il governo della buona scuola o del jobs act. Con santa pace dei contenuti.

Sai meglio di me che qualunque sia l’esito del voto il giorno dopo non uno dei problemi che assillano la nostra economia e società riceverà una ventata di ossigeno o troverà sbocco. Potresti replicare che le cancellerie osserveranno il risultato per capire se l’Italia emulerà la Brexit o mostrerà il coraggio di cambiare. Può darsi. Ma la sostanza è diversa. E ha la scorza dei numeri di un Paese che non si è lasciata la crisi alle spalle, che porta il peso delle due recessioni peggiori della storia recente, che vive con l’ansia di una possibile terza stagnazione a venire.

A dirlo sono i professionisti dei guai? No, purtroppo sono i dati di una crescita imballata. A dirlo è la diffidenza nei nostri confronti di quell’Europa stralunata che hai fatto bene a denunciare nelle sue colpe. Perché – e questo è l’altro punto che voglio marcare – io riconosco la coerenza della linea che hai seguito in materia di migranti, e aggiungo la forza con cui dentro quei vertici e quei palazzi hai sollevato il capitolo di un’Europa catturata dentro vincoli assurdi.

Può sembrare un paradosso, ma la vedo così. E anche per questo colgo uno scarto abissale tra un referendum che non cambierà molto e una condizione del Paese che chiederebbe lo stesso spirito che portò Ciampi nel ’93 ad aggredire il passaggio drammatico che mise a rischio l’Italia. Allora si chiamò politica dei redditi e concertazione tra le parti. Oggi dovrebbe chiamarsi patto per la crescita e corresponsabilità delle forze sociali nel promuovere le generazioni entranti, donne e fasce più deboli. E dovrebbe tradursi in misure fiscali shock che spostino il peso della crisi su rendite e patrimoni prendendo ispirazione da Obama e dal decalogo di Hillary Clinton. Questo si dovrebbe fare insieme a parecchie altre cose.

E invece si corre il pericolo di lanciarsi in contromano. Di dividere il Paese e inevitabilmente spaccarlo sapendo che, comunque vada, è alta la probabilità di risvegliarsi con istituzioni meno autorevoli, semplicemente perché meno condivise. E non perché una vittoria del No potrebbe favorire ritorni al fascismo come ieri l’altro, con un tratto di irresponsabilità che stupisce e addolora, si è lasciato sfuggire il presidente dell’Emilia Romagna. Che vincano i Sì o che non accada l’Italia affronterà il dopo con le risorse umane, politiche, sociali che settant’anni di democrazia hanno consolidato. Il punto è come si uscirà da un passaggio del genere. Con i problemi detti e un Pd che si avvicina alla data diviso. Io sono tra quanti pensano che esista un legame tra il destino dell’Italia e la forza e unità della sinistra, dentro e fuori da noi. Quando nelle cucine delle feste sento l’appello a stare uniti mi fermo a chiedere “uniti sì, ma per fare cosa?”. Perché l’unità in un partito non è un valore astratto dalle scelte che si fanno. Poi so che sulle opzioni di fondo che il Paese ha di fronte l’unità della forza più grande può fare la differenza. Su Mattarella quella consapevolezza l’hai mostrata e il risultato ci ha premiati consegnando al Quirinale un galantuomo. Oggi è serio il rischio di invertire quel senso. E lo considero un errore. Perché da mesi mi pongo la domanda sul giorno dopo. Su come potremo ricostruire ragioni e perimetro di un centrosinistra di governo. Su come potremo ripartire assieme se non proveremo almeno a impedire che in un’Italia ferita da questi anni si spezzi il tanto di coesione che trasforma una somma di singoli in una comunità politica e dissenso.

Questa, Segretario, è la questione ultima e più seria che ti pongo. Considera quanto è oggi in gioco per ciascuno di noi e per ciascuna delle persone che hanno creduto e investito nel Partito Democratico. Una parte della sinistra in questi mesi ha sollevato temi reali a cominciare da una svolta nel governo. Lo ha fatto assieme alla richiesta di sciogliere ogni ambiguità sul modo con cui verranno eletti i senatori assumendo l’impegno a rivederne l’immunità. Chiarire le garanzie che i regolamenti futuri offriranno alle opposizioni. E poi i tempi della norma che disciplinerà i nuovi referendum. E naturalmente il capitolo della legge elettorale.

Lo so, le opposizioni negano di voler metter mano prima del referendum. Ma il punto siamo noi. Tocca a noi, alla forza che esprime oltre 400 parlamentari avanzare e incardinare in Parlamento una proposta su cui aprire subito il confronto. Proposta che a mio avviso dovrebbe poggiare su tre pilastri: un principio di rappresentatività, collegi uninominali per restituire agli elettori il diritto a scegliere e un premio di maggioranza come incentivo alla governabilità senza alterare l’equilibrio con la rappresentanza. Penso che su basi del genere una maggioranza parlamentare si potrebbe trovare, ma soprattutto questa è una via se si vogliono ridurre le distanze che la riforma costituzionale, per il metodo e il merito, ha solcato. Ciò che a questo punto non si può fare è fingere di volere una unità senza cercarla. Mi permetto di ricordarlo a te perché in questi mesi non ho mancato di esprimere critiche e potrà accadere di nuovo in futuro. Penso di averlo fatto sempre con lealtà fino a definire inadeguata la tua leadership per come avevi inteso la dote unica del 41 per cento alle europee di due anni fa. Non l’occasione per aggregare il centrosinistra e costruire una maggioranza di governo per il futuro, ma come l’arma improvvisamente carica per dividere la società, il tuo campo e il tuo partito. Lo ritenevo un errore da parte di chi in quel passaggio, per meriti propri, aveva nelle mani un potere da spendere nella direzione che aveva visto il Pd germogliare. Un Pd che era nato con la consapevolezza che nessuno, neppure il partito più grande, qui e nella sinistra europea, ce la può fare da solo.

Oggi con la stessa lealtà ti dico che indossando elmetti e divise non si troverà il punto possibile di una condivisione. Chi guida ha sempre i doveri maggiori. Poi ognuno deciderà come agire e da quell’azione discenderanno le sue responsabilità. Per quanto vale lo farò anch’io giudicando i fatti e rispettando la mia coscienza e coerenza. Fino a qui ho lavorato perché ogni posizione venisse rispettata in una piena agibilità politica. Mi sono impegnato a non spezzare il dialogo con tutti e in particolare con associazioni come l’Anpi, col più grande sindacato e con la sinistra fuori dal Pd pensando al danno irreversibile di incomprensioni e rotture profonde.

Ho posto temi e indicato proposte con l’intento di guardare al Paese e per non ingannare mezzo popolo su un traguardo che non c’è. Ora il sentiero si è fatto stretto. Spirito delle curve e i maneschi della parola non aiutano. La differenza adesso può farla chi si pone il tema del dopo. Perché comunque finisca nel dopo ci troveremo. Spero dalla stessa parte. Grazie e buon lavoro

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