Caro Salvini, guarda quella foto con gli occhi di un padre

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Ti ho visto quest’estate in bici con tua figlia. Anche Aylan era un bambino come lei, come puoi voltarti dall’altra parte?

Caro Matteo Salvini,

questa estate ci siamo incrociati nello stesso luogo di vacanza. Eravamo a pochi bagni di distanza e una sera mi è capitato casualmente di percorrere un pezzo di strada in bicicletta davanti a te. Eri appena venuto via dal mare e sul seggiolino attaccato al manubrio c’era, sorridente, la tua bambina. Evidentemente è una cosa che a lei piace tantissimo e ti ho sentito mentre gli dicevi che la sera sareste ritornati di nuovo in bici insieme, che sareste andati in passeggiata e che vi sareste divertiti. Per un attimo ho pensato che, in quel nostro essere padri con una bimba piccola, eravamo davvero simili. Entrambi interessati a fare in modo che i nostri figli fossero felici, che potessero sorridere, che ci guardassero con quegli occhi pieni di amore, meraviglia e stupore che solo i bambini sanno avere così.

E allora mi sono chiesto se anche tu, stamani, magari al chiuso della tua casa o di un albergo e lontano dagli stereotipi del personaggio che sei costretto a recitare in tv, abbia guardato la foto di Aylan, il bambino siriano adagiato sul bagnasciuga, luogo analogo a quello dove tu e tua figlia giocavate e da cui venivate via sorridenti e felici in bicicletta. E mi sono chiesto se tu avessi guardato a quell’immagine con gli occhi di un padre, se tu avessi pensato per un attimo al sorriso che quel bimbo avrà avuto davanti ai suoi genitori o alla bicicletta che chissà se mai avrà potuto sperimentare. O magari ti sia venuto in mente il mare. Ecco, sì, il mare. Quello che per te e tua figlia un mese fa era un luogo dove poter stare insieme in allegria e che per lui invece ha significato soltanto paura e morte.

So che non cambierai il tuo modo di fare politica. E so che domani, quando i riflettori su quella foto si saranno spenti, i social network torneranno a riempirsi di frivolezze o di qualche notizia da interpretare ad arte per la propria propaganda.

Ma se non l’hai fatto o l’hai fatto di sfuggita, ti chiedo di guardarla una volta ancora quella foto. Di fermarti un attimo e di ripensare alla tua estate, a quelle passeggiate in bicicletta e al sorriso di tua figlia. Perché Aylan era un bambino come lei. Con le sue stesse speranze, i suoi stessi sogni, i suoi stessi occhi innamorati di suo padre e di sua madre. Possiamo avere idee diverse, convinzioni diverse, religioni diverse. Ma siamo e continueremo ad essere, prima di tutto, persone. E di fronte ad Aylan, a suo fratello e ai chissà quanti bambini che in quel mare hanno perso la vita, i sogni e le speranze, mi viene spontaneo farti una domanda. Una semplice domanda. Come puoi, come si può pensare di chiudere gli occhi e girarsi dall’altra parte?

 

Un padre come te

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