Caro Papa, ti scrivo

Diritti
epa04842803 Participants of the 20th Budapest Pride March kiss in Budapest, Hungary, 11 July 2015. The march was part of the Budapest Pride events, which aim to raise awareness for the rights of lesbian, gay, bisexual, transgender and queer (LGBTQ) people.  EPA/ZSOLT SZIGETVARY HUNGARY OUT

Due scrittori, seguiti da altri artisti e scienziati lgbt e non, si rivolgono al Pontefice in vista del Sinodo sulla famiglia: “Chiediamo alla Chiesa parole chiare sull’omosessualità”

Santità, Padri Sinodali,

a indirizzarvi questa lettera sono alcuni scrittori, scienziati e artisti omosessuali (cui si aggiungono, tra i firmatari, anche degli eterosessuali). Alcuni di noi sono credenti, altri no. Per alcuni, quindi, questo documento si carica dell’emozione di chi si appella a una realtà spirituale e soprannaturale che sente Madre; per altri la Chiesa è o è diventata un’istituzione meramente umana. Ma tutti riconosciamo l’importanza storica dell’interlocutore cui ci rivolgiamo, con diversi sentimenti ma con la medesima serietà e la medesima urgenza, per una questione che investe la totalità della nostra vita: un interrogativo pressante che sentiamo di potervi sottoporre in vista del Sinodo di Ottobre sulla famiglia.

A sostenerci in questa iniziativa è stata l’esortazione di Papa Francesco alla parrésia, al parlare franco. Per i credenti tra noi, ciò assume perfino una responsabilità di testimonianza e di appello. Per gli atei e gli agnostici, il pungolo morale a farsi portavoce di tanti uomini e donne non è meno pressante. Non possiamo tacere, c’è una voce, nella nostra vita… «col tremito del batticuore».

Ci sentiamo di affermare, anche a nome di tanti fratelli e sorelle nel presente e nel passato, che gli omosessuali sono una ‘periferia’: una periferia esistenziale che nella storia ha conosciuto ferite, umiliazioni, isolamento, e spesso disperazione. Molti di noi si sono sentiti allontanati, addirittura respinti dalla Chiesa – e invece si struggono per ritrovarsi a casa, perché in Dio ci credono. I non credenti tra noi sono soprattutto motivati a far sì che tanti e tante, in un futuro che è semplicemente la profondità del presente, possano incontrare meno umiliazioni, dolori e piaghe di quelle che hanno patito loro, o hanno visto infliggere e subire, fino al punto da far proprio questo sguardo di condanna su di sé: vite intere insidiate dalla paura, dal senso di colpa, dall’incomprensione, dal sapersi classificati e giudicati sbagliati (da parte di insegnanti, genitori, compagni, sacerdoti), dalla violenza fisica e verbale di chi, invece, si è sempre sentito nel giusto nonché implicitamente e indirettamente autorizzato dal pensiero comune e dominante (e dalle posizioni della Chiesa) a insultare, picchiare, uccidere.

Tutto questo ha condotto all’inimicizia e all’odio verso se stessi intere generazioni di omosessuali (etichetta che spesso appiattisce sul solo piano sessuale interiorità affettive e creative, moti di tenerezza, sensi etici, morali e spirituali, proprio come la mera definizione di eterosessuale starebbe certo stretta a tutti coloro che amano persone di sesso diverso).

La realtà omosessuale, uno degli argomenti più scottanti del dibattito sinodale, tocca la profondità della questione identitaria: affettiva, cognitiva, intellettiva e, infine, anche sessuale di ogni creatura umana. Ci pare, purtroppo, di intravedere in certe fasce di cattolici il rischio che un inadeguato interrogativo, franco e profondo, sulle radici del problema, possa impedire qualunque conquista significativa in termini di maggiore umanità e verità. Per alcuni di noi questo è un passo che si carica d’una valenza sacra, ma anche per chi tra noi si professa ateo o agnostico la portata esistenziale e sociale del tema è davvero decisiva, per il benessere fisico, emotivo e spirituale delle presenti e future generazioni.

In molti pronunciamenti dei Padri Sinodali abbiamo sentito ripetere la necessità di accogliere le persone omosessuali «con rispetto e delicatezza», ma al tempo stesso di ribadire la dottrina che ne esclude la natura dal progetto di Dio, basato sull’unione stabile e feconda tra uomo e donna. Viene ribadita anche la necessità di contrastare le cosiddette colonizzazioni ideologiche, come la «teoria del gender». Alla recente manifestazione ‘Family day’ uno degli slogan più frequenti è stato «Giù le mani dai nostri figli, giù le mani dai bambini. Giù le mani dai figli, giusto. Giù le mani da TUTTI i figli, anche quelli che si scoprono innamorati d’una persona del loro stesso sesso.

L’amore, come diceva Dante, è un «segnore dal pauroso aspetto». L’amore, diceva Saffo, «si abbatte come vento sulle querce». Dunque, questa è la domanda che sentiamo di potervi sottoporre: perché, quando per la prima volta un ragazzo o una ragazza avverte un fiotto di emozione, gioioso turbamento, struggimento per il volto amabile, per il sorriso, lo sguardo d’una persona di sesso diverso, tutto ciò che li circonda – compresa la Chiesa – può incoraggiarli, e quando invece accade per una persona del suo stesso sesso, la Chiesa dice «Qui c’è un problema»? Perché una sfida così bella e difficile (la scoperta dell’amore) deve essere gravata dall’odioso peso di sentirsi bollati come «intrinsecamente disordinati»?

Ci auguriamo che la Chiesa trovi la chiarezza per rivolgersi a questo tema; altrimenti il nodo più intenso, aggrovigliato, doloroso e radicale della questione resterà gravemente insoluto. Aiutare le persone ad amare se stesse per ciò che sono, per il modo specifico, unico e prezioso, che hanno di amare, cioè di relazionarsi a tutti e a ciascuno, senza bollare nessuno come intrinsecamente disordinato, sarebbe forse cedere a una presunta colonizzazione ideologica?

Ricorderete certamente l’Affaire Dreyfus, esploso in Francia nello stesso periodo in cui l’antisemitismo zarista partorì l’assurdo mito dei Protocolli dei Savi di Sion: sono gli stessi anni nei quali Marcel Proust, descrivendo le sofferenze degli omosessuali, diede voce agli strazi di una «Razza su cui pesa una maledizione, costretta a vivere nella menzogna e nello spergiuro perché sa che il suo desiderio – ciò che costituisce per ogni creatura la suprema dolcezza del vivere – è considerato punibile e vergognoso, inconfessabile; costretta e rinnegare il proprio Dio, giacché, se anche siano cristiani, quando compaiono in veste d’imputati alla sbarra del tribunale, devono, davanti al Cristo e al suo nome, difendersi come da una calunnia da ciò che è la loro stessa vita; figli senza madre, cui sono obbligati a mentire persino al momento di chiuderle gli occhi; amici senza amicizie, malgrado tutte quelle che il loro fascino sovente riconosciuto può far nascere e che il loro cuore, non di rado buono, saprebbe provare; ma è lecito chiamare amicizie le relazioni che vegetano solo col favore d’una menzogna e dalle quali il primo slancio di confidenza e di sincerità cui fossero tentati d’abbandonarsi li farebbe respingere con disgusto, a meno che non avessero a che fare con uno spirito imparziale, se non addirittura simpatetico, che in tal caso, tuttavia,fuorviato nei loro confronti da una psicologia convenzionale, attribuirebbe al vizio confessato anche l’affetto che gli è più estraneo,
allo stesso modo che certi giudici suppongono e giustificano più facilmente l’assassinio negli invertiti e il tradimento negli ebrei, per ragioni tratte dal peccato originale e dalla fatalità della razza?».

Santità, Padri Sinodali, pensate forse sia giusto che altre generazioni di giovani debbano percorrere questa odiosa, ingiusta via crucis? Pensate forse che la soluzione sia rifugiarsi dietro un facile complottismo, per cui le misteriose e onnipotenti lobby gay (ieri erano i cristiani cannibali dei primi secoli, poi gli ebrei avvelenatori di pozzi, ricordiamolo!) tramerebbero sistematicamente nell’ombra per depravare bambini e fanciulli?

La questione legislativa non è, secondo noi, pertinenza della Chiesa, né chiediamo che essa si pronunci in materia per approvare o condannare affinché lo Stato prenda le sue autonome decisioni. Crediamo sinceramente che la sfida della Chiesa venga prima, e a un altro livello.

Ma non basta dire che gli omosessuali vanno accolti con rispetto, se non si sostiene anche uno sguardo che contrasti i violenti stereotipi omofobi per cui, in tanti campetti di calcio, il ragazzino che sbaglia a tirare viene pesantemente sbeffeggiato con termini quali ‘frocio’, ‘culattone’ e ‘finocchio’. Come se omosessuale fosse sinonimo di ‘meno-uomo’. Si tende a dire che si tratta di sciocchezze, di «cose da ragazzi». Noi sappiamo per esperienza diretta che anni e anni di insulti si stratificano nell’animo fino a rattrappirlo, finché chi li subisce arriva a credersi una persona sbagliata, inferiore, dimezzata, «contro natura».

Tuttavia gli omosessuali non sono un vaso fragile, da maneggiare con cura, né tanto meno dei malati, degli handicappati spirituali, degli errori di natura su cui gettare, bontà nostra, uno sguardo «affettuoso e delicato» (in modo da gestirli evitando più danni e schiamazzo possibile?). Vorremmo davvero sapere, in spirito di parrésia, che cos’ha da dire la Chiesa sull’essere omosessuali, su quella dimensione profonda dell’io che prova gioia, commozione, abnegazione, amore, per una persona del suo stesso sesso; su quelle creature che desiderano onorare la persona amata dedicandole i migliori sforzi della propria vita attiva, affettiva, creativa e sociale.

O vogliamo forse che la sconfitta di tante esistenze debba essere denunciata da morti quali quella di Pasolini, che non trovò altra soluzione esistenziale che farsi letteralmente fare a pezzi dalla società? La durezza di queste parole è solo proporzionale all’urgenza del nodo da sciogliere: essa, d’altra parte, nasce anche dallo slancio fiducioso e colmo di speranza cui ci spingono l’eloquio e i richiami di papa Francesco alla chiarezza, alla parrusìa, alla Chiesa come «ospedale da campo». Ma forse che anche in quell’ospedale da campo gli omosessuali dovranno stare in un recinto segregato? In questa periferia esistenziale e storica, l’immagine di Pasolini straziato non appartiene alla storia della letteratura, ma alla dolorosa concretezza delle nostre vite.

Dalla Chiesa di Francesco noi abbiamo l’ardire di sperare in un pensiero che abbia il coraggio di una posizione chiara e netta: o ribadire nel Catechismo che il comportamento omosessuale è una «grave depravazione» (come riteneva San Paolo), che l’inclinazione omosessuale è «intrinsecamente disordinata», oppure no. Preferiremmo udire una scelta dura e impopolare, ma chiara, se si pensa che questo sia fedeltà al dettato evangelico. Ognuno ne trarrà le sue conclusioni.

Ma, in realtà, molti tra noi non hanno cessato di sperare in una posizione che imprima un cambiamento, e che spezzi infine una catena che grava sulle caviglie emotive di migliaia e migliaia di fratelli e sorelle. Non avere catene ai piedi non è garanzia d’un passo fermo e sicuro – non basta essere liberi di amare, per amare davvero – ma certamente è un aiuto decisivo.

Al pari della condanna dello schiavismo e delle discriminazioni razziali; al pari del riconoscimento dei diritti delle donne, della libera ricerca, della libertà di culto e opinione (un Papa ha chiesto perdono agli Ebrei! un altro ai Valdesi! – chi mai lo avrebbe immaginato e sperato prima?), questa è una delle grandi sfide etiche del nostro tempo.

Chi tra noi è credente ritiene l’omosessualità una vera e propria vocazione, convinto che Gesù lo abbia voluto così per un suo disegno misterioso di bene; gli atei e gli agnostici si limitano – per così dire – a definirla una forma dell’amore, il che è in fondo affermare la stessa cosa.

Noi che scriviamo (e che ci sentiamo dei sopravvissuti) non pretendiamo che la Chiesa si ponga questo interrogativo per noi. Le persone adulte, dopo anni di tormentose domande, gioie e sofferenze, riescono – a meno che non siano già state travolte dalle acque nere della disperazione – a trovare una loro via, un loro modo di essere al mondo, e sono felici di questa vittoria esistenziale, che tanti elementi avevano tramato a stroncare. Si tratta di chi verrà, di chi si affaccia oggi al mondo. Tante anoressie e bulimie (anche sessuali) possono essere evitate. Tanti suicidi – magari emotivi – evitati.

E non scriviamo per sottoporre le vostre Santità ed Eminenze a un ricatto. Non si tratta di fare certe scelte per convincere noi. Per coloro tra noi che considerano la chiesa Madre – magari difficile, o da perdonare – tale essa resterà. Osiamo sperare che la Chiesa possa porsi fermamente questo interrogativo perché siamo tutti sulla comune barca dell’umanità, e in questa barca la Chiesa ha un ruolo – e una pretesa – significativi per molti.

Dai vostri pronunciamenti, dalla vostra serietà e – speriamo – umanità, dipende molto del presente e del futuro. Alcuni di noi vi sono vicini con la preghiera. Altri sperano che avvertiate l’intensità del pensiero e del sentimento che accompagna ogni singola parola di questa lettera.

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