Caro Mr. Pallotta, Roma (purtroppo) non è l’America

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US president of AS Roma, James Pallotta, during the team training section in Dallas (Usa), 29 July 2014.
ANSA/LUCIANO ROSSI/AS ROMA

Scena surreale all’Olimpico: la Roma passa il turno di Champions e viene sommersa di fischi. Il presidente punta il dito contro la stampa ma il problema è ben più profondo

La scena è surreale, di quelle che capitano solo in Italia. La Roma, dopo una partita nervosissima, porta a casa il primo obiettivo stagionale: il passaggio alla fase finale della Champions league, la massima competizione per club a livello mondiale. Non succedeva da quattro anni. Basterebbe questo per pensare a un contesto di euforia. Invece, è tutto il contrario: la squadra esce dallo stadio Olimpico accompagnata da proteste e insulti del (poco) pubblico presente sugli spalti.

E’ vero, la Roma non è riuscita ad avere ragione dei modesti bielorussi del Bate Borisov. E’ vero, il passaggio del turno lo deve in gran parte al Barcellona che, nonostante fosse già ampiamente qualificato, è riuscito a fermare i tedeschi del Bayer Leverkusen. E’ vero, i giallorossi hanno concluso con soli 6 punti un girone non certo impossibile. Però quei fischi e quei beceri ululati non trovano giustificazione e non sono certo passati inosservati al presidente della Roma, l’americano James Pallotta.

Il patron giallorosso, a fine partita, se la prende con i giornalisti: “Qualcuno di voi deve lasciare questi ragazzi in pace. La squadra lavora seriamente ogni giorno e continuerà a farlo. Giocatori e staff meritano rispetto. Siamo agli ottavi adesso, stiamo lavorando sodo e non ce ne frega un c… di tutto il resto. I ragazzi meritano un altro palcoscenico e un altro pubblico. Basta massacrarli”. Un attacco pesante a una parte della stampa e a una parte dell’ambiente che in questo momento, per usare un eufemismo, non aiutano Garcia e la squadra.

Pallotta, quando punta il dito contro giornali e radio, di certo non sbaglia. Ma pensare che il pubblico fischi perché “imbeccato” dalla stampa non gli farà mai comprendere la realtà delle cose. A Roma si vive il calcio (come molte altre cose) in maniera del tutto malata. E così nella maggior parte d’Italia. Il problema è culturale. In America scene come quelle dell’Olimpico non si vedrebbero mai. E non solo in America. Senza andare troppo lontano, i giocatori del Manchester United, che la sera prima è uscito al primo turno nonostante le centinaia di milioni spese e una storia calcistica molto più gloriosa di quella della Roma, non hanno dovuto sopportare quanto hanno sopportato i giallorossi.

Per De Rossi e compagni giocare all’Olimpico è ormai diventato un calvario. Lo stadio è sempre semivuoto a causa del braccio di ferro tra la tifoseria e il prefetto Gabrielli e i pochi supporter presenti sono nervosi e spazientiti. A Trigoria si susseguono proteste volgari e intransigenti. La squadra è ostaggio dei propri tifosi, a cui deve rendere conto qualsiasi cosa faccia. Una situazione insostenibile, soprattutto alla luce dei risultati. La Roma è a -5 dalla testa della classifica in Serie A e ancora in corsa in Champions league. Certo, si può fare di meglio. Ma senza tifosi, o con i tifosi addirittura contro, è tutto più difficile.

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