Caro Mieli, toni alti

Europa
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Tra i fallimenti storici rievocati da Paolo Mieli e il nostro tempo è accaduto qualcosa di cui non si può non tener conto: la creazione dell’Europa comunitaria

Paolo Mieli ha perfettamente ragione nel ricordare i disastri che nella nostra storia nazionale si sono associati a quella che ha definito, ieri sul Corriere della Sera, “la retorica dell’orgoglio italico”. Mieli avrebbe potuto chiamare in proprio soccorso persino Vladimir Ilich Lenin, nonostante la distanza ideologica che lo separa dal leader bolscevico, e l’etichetta di “imperialismo straccione” affibbiata all’Italia impegnata nel 1911 nella Guerra di Libia: un’Italia, nelle parole di Lenin, “che opprime altri popoli, che depreda la Turchia, l’Italia di una borghesia brutale, sudicia, reazionaria in modo rivoltante, che all’idea di essere ammessa alla spartizione del bottino si sente venire l’acquolina in bocca”. Eppure tra i fallimenti storici rievocati da Paolo Mieli e il nostro tempo, per fortuna distante da quello delle avventure coloniali a cavallo tra secondo Ottocento e primo Novecento, è accaduto qualcosa di cui non si può non tener conto. Quel qualcosa è la creazione dell’Europa comunitaria come campo da gioco nel quale gli interessi dei singoli Stati europei, che per secoli si erano combattuti non con le armi della retorica ma con quelle del ferro e del piombo, hanno scelto di collaborare per la creazione di uno spazio economico, legale e civile che fosse il più possibile condiviso.

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