Caro Matteo, la sinistra non può permettersi di deragliare

Pd
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ospite al programma televisivo ''In 1/2 ora'', negli studi Rai di via Teulada a Roma, 4 ottobre 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

Adesso siamo a un bivio e la scelta su quale sentiero si vuole seguire diventa decisiva. Allora per chiarezza provo a marcare il punto per me essenziale

Da mesi ho posto a Matteo Renzi una domanda semplice e diretta: con quale idea del Pd e quali alleanze sociali e politiche pensi di presentarti agli elettori nel 2018 o forse prima?

Ai miei occhi questo non è un problema della sinistra interna al nostro partito. Credo sia oggi il problema del Pd. Scrivendolo non mi nascondo la realtà. Vedo che il perimetro del centrosinistra si è ristretto. A Torino, Bologna, Roma, Napoli si cammina divisi. Accade anche dove si è amministrato assieme. Milano fa eccezione con primarie contese ma in quel caso molto incide l’azione di Pisapia. Certo, contano le scelte del nuovo soggetto che nasce a sinistra ma pesa anche la nostra strategia dove i fatti dicono che nelle alleanze si sta consumando un cambio di priorità.

Poco o nulla ci si cura della rottura del nostro campo mentre più impegno si dedica a espandersi in quello degli altri, tra centristi senza fissa dimora e transfughi di una destra diroccata a trazione leghista. Anche da qui le polemiche sull’apporto dei senatori in capo a Verdini e l’alternarsi di conferme e smentite sui confini sempre meno certi della maggioranza di governo. Ora, a me pare che il punto non stia nella cronaca, si tratti di un voto singolo o della vicepresidenza di giornata. A me sembra che il nodo stia interamente nella missione del Partito democratico. E legata a questa nel significato che si darà al referendum costituzionale dell’autunno. Ho letto parole esplicite di Alfano e altri esponenti della destra. Per loro quel voto decreterà una diversa maggioranza politica ritenuta la sola spendibile di lì a qualche tempo nella sfida per il governo. Tradotto, i comitati del Sì come spartiacque per porre fine alla distinzione tra destra e sinistra aprendo la via alla lista o raggruppamento destinato di fatto a federare il partito della Nazione.

Posso non stupirmi di questa chiave da parte di chi ha rivendicato per ispirazione diverse azioni del governo. In fondo abolire l’articolo 18 o alzare la soglia del contante, per dire due cose note, giustificano un certo calore di quella parte. È pur vero che altre scelte del premier hanno svoltato in direzione positiva e opposta, dai migranti alle unioni civili a una critica frontale dell’austerity comunitaria. Ma adesso siamo a un bivio e la scelta su quale sentiero si vuole seguire diventa decisiva. Allora per chiarezza provo a marcare il punto per me essenziale. Il confronto tra noi non è una sfida sulle alleanze più proficue. Quella, per quanto motivata, potrebbe apparire una questione tattica o di vecchia politica. No, il tema è di sostanza e sta in un giudizio storico, se il termine non disturba. Quando chiedo al premier quali alleanze politiche e sociali voglia costruire parlo di quale idea di paese egli abbia in mente. E parlo del fatto che l’impianto culturale del centrosinistra è l’unico capace di traghettare l’Italia nella nuova stagione dopo la recessione peggiore della nostra vita. Parlo insomma dell’impossibilità di far avanzare economia, cittadinanza e società con culture e spezzoni della destra e di quel blocco di interessi e poteri. E parlo soprattutto dello sbocco che il Pd vorrebbe dare alla sacrosanta alzata di toni del premier verso un’Europa condizionata da egoismi nazionali e burocrazie ottuse. Ma non è secondario – vorrei dirlo a Renzi – con quali alleati pensa di mutare il pensiero e la prassi che dominano a Bruxelles. Perché se immagina un processo condiviso dalle grandi forze progressiste allora dovrebbe alzare lo sguardo e proporsi come federatore di formazioni di vecchia e nuova fattura, dal blocco socialista, per quanto acciaccato, ai movimenti emergenti di Atene e Madrid, tutt’altro che populisti in versione 2.0. Aggiungo che se in ballo è l’agenda di grandi riforme sociali forse non conviene neanche a lui liquidare i sindacati tout court come sentina della conservazione.

Questo è il tema che si para davanti al più grande partito progressista d’Europa. E riguarda l’oggi, il futuro immediato, perché si tratta di spiegare a milioni di italiani più o meno allarmati sulla prospettiva della loro vita come, con quali priorità e tutelando quali bisogni, noi pensiamo di chiudere la transizione avviata a fine 2011 col governo Monti e culminata nella scalata impetuosa del più giovane premier della storia repubblicana. Io continuo a pensare che solo la vocazione originaria del Pd possegga tuttora la forza per condurre la nostra democrazia a una rivoluzione dolce nella riduzione drastica della diseguaglianza assumendo come bussola il rigore della legalità e una questione morale che uscirebbe stravolta dall’alleanza con pezzi di quella destra che più abbiamo combattuto nell’ultimo ventennio a causa di un’idea del potere opaca e affaristica. Sia chiaro, non penso che fuori dal nostro perimetro si muovano solo i barbari. Anzi, considero regressiva la tesi che fa coincidere col Pd l’argine del patto costituzionale.

Teorizzare che la democrazia sarebbe ridotta a un unico soggetto o aggregato mentre fuori da lì si avrebbero solo populismi o conservatorismi di varia natura non è prova di forza ma di chiusura. Ed è anche questo il motivo che mi spinge a denunciare l’errore che si compie nel trasformare la riforma di un terzo della Costituzione in un plebiscito personale, in un muro contro muro. Come ho detto se da quella scelta dovesse derivare l’atto fondativo di un nuovo disegno storico, con la fine del centrosinistra e la nascita di un ibrido senza fondamenta nelle culture riformiste del Paese, il Pd annullerebbe la ragion d’essere che lo ha visto nascere al principio del nuovo secolo. Oggi né io né altri da soli abbiamo il potere di fermare il treno in corsa. Ma il dovere di non tacere, magari per accomodarsi in carrozza, questo sì è un dovere che sentiamo. Ripeto, al macchinista chiedo una parola chiara perché se la corsa dovesse proseguire fino a dove non esistono più i binari bisogna sapere quel che accadrà. E sia detto da ora, la sinistra, qualunque sia la decisione, non potrà permettersi di deragliare.

Vedi anche

Altri articoli