Caro D’Alema, forse è davvero giunto il momento di salutarsi

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Massimo D'Alema durante il seminario dei deputati della Sinistra Italiana su "La guerra globale e la pace come politica" alla Sala Capranichetta in piazza Montecitorio. Roma 11 marzo 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Quando entrai per la prima volta nell’ufficio del tuo capostaff, nella primavera del 1996, in vista del mio prossimo impiego come tuo addetto stampa, alla parete c’era un ritratto di Tony Blair con una sua frase che diceva più o meno così: “Chi prova a cambiare è sempre accusato di tradimento”

Caro D’Alema, forse è davvero giunto il momento di salutarsi e prendere congedo; forse la storia politica del Pci e la sua ventennale eredità si sono infine consumate. Non sono fra quelli che ti considerano «bollito», anzi: non esistono oggi a sinistra personalità forti come la tua. A parte naturalmente Matteo Renzi, di cui però parleremo più avanti. Non partecipo al gioco ingeneroso di chi vede nelle tue parole soltanto il rancore dello sconfitto, né mi convince l’argomento vagamente stalinista secondo cui chi dissente lavora per il nemico (sebbene ciò possa accadere indipendentemente dalle intenzioni). Sei un uomo di forti passioni, nonostante un’agiografia dominante che ti dipinge algido e calcolatore, e la passione più forte di tutte è la politica.

Le parole che hai detto al Corriere della Sera, e che hai poi ripetuto davanti alle telecamere, sono molto impegnative perché segnano, dopo mesi di progressive prese di distanza, un punto di non ritorno: un congedo, appunto. «A destra – hai detto – viene riconosciuto a Renzi il merito di aver distrutto quel che restava della cultura comunista e del cattolicesimo democratico. Ma così ha reciso una parte fondamentale delle radici del Pd. Ha soffocato lo spirito dell’Ulivo», al punto che Renzi è «oggettivamente» più vicino a Berlusconi che a Prodi: «La cultura di questo nuovo Pd è totalmente estranea a quella originaria».
Il partito, hai proseguito, «è finito in mano a un gruppetto di persone arroganti e autoreferenziali», «un gruppo di persone che ha preso il controllo del Paese, alleandosi con la vecchia classe politica della destra» per «sbarazzarsi del centrosinistra» («il partito della Nazione è già fatto»). E, come se non bastasse, «tutti quelli che non si allineano vengono brutalmente spinti fuori».

Quando entrai per la prima volta nell’ufficio del tuo capostaff al secondo piano di Botteghe Oscure, nella primavera del 1996, in vista del mio prossimo impiego come tuo addetto stampa, alla parete c’era un ritratto di Tony Blair con una sua frase che diceva più o meno così: «Chi prova a cambiare è sempre accusato di tradimento». La sinistra si apprestava a vincere per la prima volta le elezioni e tu avevi appena pubblicato un libro intitolato, programmaticamente, “Un paese normale”. Un paio d’anni dopo ne avresti scritto un altro, con l’aiuto di Gianni Cuperlo: “La grande occasione: L’Italia verso le riforme”.

La mission, come si direbbe oggi, era complessa ma, anche, incredibilmente semplice: modernizzare la sinistra era la premessa per modernizzare l’Italia e battere – sul terreno dell’innovazione – l’offerta berlusconiana. Bisognava dunque essere (come Blair) «più liberali» di Forza Italia: aprirsi alle professioni, al merito, alla creatività, all’individualismo, e insomma ad un’idea moderna e dinamica di libertà civile, politica ed economica. Qui hai giocato la partita politica della tua vita: contro tutti i conservatori. Contro i conservatori del sindacato, contro la magistratura militante, contro le burocrazie e le caste, contro chi a sinistra ti accusava di tradimento per aver fatto con Berlusconi un accordo che finalmente riformasse la Costituzione, contro i custodi della tradizione, e naturalmente anche contro il conservatorismo dell’Ulivo.

Sei stato fatto a pezzi per quella tua giusta, sacrosanta battaglia di modernità. La «rottura sentimentale» che in un’altra intervista (sempre all’ottimo Aldo Cazzullo) rimproveravi a Renzi è davvero la chiave per comprendere ciò che sta accadendo a sinistra: salvo che si è già consumata da tempo, e precisamente da quando tu, con lucidità politica e coraggio personale, hai tentato invano di modernizzare la sinistra italiana (post)comunista. Anche tu sei stato accusato – più o meno dagli stessi che oggi combattono Renzi – di tradimento e resa all’avversario. E quando hai provato a rimediare – perché ti sentivi non il liquidatore, ma il garante della sinistra – ti hanno eliminato senza troppi complimenti nel generale sollievo di tutti i conservatori.

È questo il dramma – sentimentale, cioè politico – della sinistra: è su questa ferita non rimarginabile, che tu da allora e ancor oggi tenti invano di rimarginare, che si è consumata l’implosione definitiva della tradizione (post)comunista. L’amara verità è che da quella tradizione non poteva più venire pressoché nulla di politicamente fertile: e lo dimostra proprio la tua ritirata strategica, il ripiegamento obbligato dell’unico che avrebbe potuto salvarla. Renzi nasce in questo vuoto, e vince con sorprendente rapidità perché intorno a lui non c’è più niente di vivo. E’ vero: non gli manca, come dici, una certa arroganza (anche qui, tutto sommato, niente di nuovo), ma quel tono c’entra molto con la politica e molto poco, invece, con il carattere. La nuova sinistra di Renzi – e di D’Alema negli anni Novanta, e di Craxi negli anni Ottanta – è impaziente perché la vecchia sinistra è già tramontata ma non riesce ad ammetterlo. L’errore di questi vent’anni – l’unico errore politico che mi sento di rimproverarti – è aver cercato di farle convivere.

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