Caro D’Alema devi dire due parole: voto Roberto

Politica
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al Tempio di Adriano per presentare il libro di Massimo D'Alema (S) "Non solo euro", Roma, 18 marzo 2014. 
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Cacciare Renzi non segnerà la fine della politica, né tantomeno del Paese: segnerà però la fine del Pd. Niente di tragico: ma è bene non nasconderlo

Di che cosa parliamo, esattamente, quando parliamo di D’Alema? Del fiero antiberlusconiano che si augurò un giorno di vedere il Cavaliere con uno scolapasta in testa, o dello statista responsabile che proprio con Berlusconi provò (purtroppo senza successo) a riscrivere la Costituzione? Dell’emulo di Tony Blair capace di sfidare a muso duro la Cgil in nome della modernizzazione e del merito, oppure dell’emulo di Landini che ha combattuto senza risparmio di colpi il Jobs Act? Del ministro degli Esteri che va a cena con Condoleeza Rice, segretario di Stato di Bush, o del terzomondista che a Beirut va a braccetto con un leader di Hezbollah?

Parliamo del tifoso romanista (e candidato a commissario europeo) che regala a Renzi la maglietta di Totti – poco meno dell’Ordine di Lenin –, o del descamisado che lo accusa di “gestire il partito con arroganza” dopo averlo trasformato in una “macchina di potere che attira i trasformisti”, e che – secondo un’indiscrezione di Repubblica smentita senza troppa convinzione dall’interessato – preferisce votare il M5s pur di fargli un dispetto? La politica è mutevole, perché è prima di tutto tattica: e molti, se non tutti, cambiano opinioni, posizioni e alleanze. Ma l’eccesso di tattica può rivelarsi dannoso, e D’Alema è in overdose.

Il Pci è stato molte cose, ma una parola ne riassume la struttura più intima: doppiezza. Da una parte la falce e il martello, l’Urss (fino al 1981), il centralismo democratico; dall’altra una sana pratica socialdemocratica, la collaborazione con la Dc, il sindacato riformista. La schizofrenia fra il manifesto ideale e la pratica politica, mai risolta fino al crollo del Muro, ha plasmato un gruppo dirigente che, nel corso degli anni, si è schiacciato sulla tattica stiracchiando la coperta sempre più stretta dell’ideologia. La doppiezza, che ai tempi di Togliatti era un’astuta strategia di sopravvivenza, è così diventata un fine e una seconda natura. E la conquista del potere si è svuotata di ogni significato che non fosse il potere in sé.

D’Alema è figlio di quella storia: per questo, a dispetto di quanto si dice spesso di lui, non è affatto uno stratega, ma un tattico puro. Se cambia posizione – un tempo con elegante astuzia, ora sempre più spesso con clamore e rumore – è perché il merito delle questioni non ha nessuna importanza, e la sola cosa che conta è, appunto, la posizione che si prende sulla scacchiera per restare in gioco e preparare la mossa successiva.

Renzi ha conquistato in pochi mesi la gloriosa “Ditta”, strappandola ai post-comunisti, perché il partito dei D’Alema e dei Bersani era diventato negli anni un guscio vuoto e fragile. È di questo che i post-comunisti, e i loro figli che del Pci hanno conosciuto soltanto la deriva estremista e identitaria dell’ultimo Berlinguer, non riescono a capacitarsi. È questa sconfitta repentina, fulminea e irreversibile che li fa letteralmente impazzire. Dicono di volersi riprendere il partito, aspettano e preparano la sconfitta dell’Usurpatore illudendosi di poter tornare a gestire l’inconcludenza autoreferenziale e consociativa di un ceto politico rinsecchito dalle sconfitte: ma sanno benissimo che dopo Renzi ci sarà Di Maio, o Salvini, o magari un altro ragazzotto calato sul Palazzo da qualche remota periferia – chiunque, tranne loro.

Non c’è nessuna soddisfazione nell’assistere a questo tramonto, e anzi chi ha condiviso la stagione del D’Alema riformista e modernizzatore non può che dolersi di una deriva senza sbocco. Ed è sconcertante che una grande storia – la storia del Pci – si concluda in modo così disordinato e triste.

Intendiamoci: D’Alema è del tutto libero di puntare su una pesante sconfitta del Pd alle amministrative nella convinzione di preparare così la vittoria del No al referendum, e di conseguenza la caduta del governo: segare i rami su cui si sta seduti è una specialità dei comunisti di tutti i tempi, e rispetto alla teoria del “socialfascismo”, che diede il colpo di grazia alla sinistra europea fra le due guerre, qui c’è da sorridere. Così come fa sorridere la decisione di una parte della minoranza di disertare i banchetti che oggi celebrano l’abolizione della tassa sulla prima casa, contrapponendovi l’eroica partecipazione alla campagna elettorale per i ballottaggi, come se le due cose non c’entrassero nulla l’una con l’altra e al governo ci fosse, appunto, un estraneo.

Però la politica esige anche la franchezza, impone – non sempre, ma a volte sì – lo scontro a viso aperto, l’assunzione di responsabilità, e soprattutto la valutazione delle conseguenze. Cacciare Renzi non segnerà la fine della politica, né tantomeno del Paese: segnerà però la fine del Pd. Niente di tragico: ma è bene non nasconderlo.

Alla smentita di D’Alema, diramata ieri mattina, manca l’unica frase che dovrebbe esserci: “Domenica, naturalmente, voterò Giachetti, il candidato del mio partito”. Sarà stata senz’altro una dimenticanza casuale, che D’Alema stesso potrà colmare da qui a tre giorni.

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