Caro Conte, te ne vai ma i problemi li conoscevi anche prima

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Italy's soccer team head coach Antonio Conte reacts during a press conference at Coverciano Sports Center in Florence, Italy, 21 March 2016. Italy will play two international friendly match against Spain, on 24 of April, and Germany on 29 of April. ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Il ct della nazionale ha firmato un contratto di tre anni. Comincerà a lavorare a Londra dopo la partecipazione agli Europei 2016

Ora è ufficiale Antonio Conte lascerà la Nazionale: la notizia si sapeva da parecchi giorni, ed era nell’aria da molto di più, ma oggi il Chelsea Football Club ha annunciato la nomina di “Conte come head coach della prima squadra”.

Principalmente sono due i motivi della sua scelta: la voglia di allenare giornalmente e la mancanza di collaborazione dei club nel concedere per più giorni i calciatori alla Nazionale.

Per quanto riguarda la voglia di allenare giornalmente è una questione che in molti si ponevano sin dall’inizio dell’avventura sulla panchina azzurra dell’ex allenatore bianconero. Il lavoro come tecnico della nazionale è qualcosa di diverso, che non fa vivere la quotidianità dell’allenamento: è un lavoro più d’osservazione che di campo. Sin dall’inizio si sospettava che questi ritmi non fossero adatti ad un allenatore come Conte, all’apice della sua carriera e che vive la quotidianità dell’allenamento in modo molto partecipato. Quando si è allenatori della Nazionale si devono pesare le parole, la diplomazia regna, poi ci sono lunghi periodi di inattività e infine gli scontri con i club, e spesso con i colleghi che li allenano, restii a concedere i loro campioni alle nazionali.

E qui veniamo alla seconda motivazione che ha causato la decisione di Antonio Conte.

Dopo il doppio fallimento mondiale, la FIGC e l’allenatore leccese pensavano che le cose sarebbero cambiate. Conte pensava a degli stage in cui valutare la forma dei giocatori selezionati, affinarne l’intesa. Niente di più illusorio: i club, come hanno sempre fatto, cercano di ridurre al minimo gli spazi per le Nazionali, complice anche un calendario molto fitto in cui i giocatori dei top club, tra campionato e coppe disputano 50 partite all’anno. La Nazionale in questo contesto è un disturbo, oggi come ai tempi in cui Conte era allenatore della Juventus. Pensare che da un giorno all’altro le cose potessero cambiare era a dir poco illusorio.

D’altra parte non si possono biasimare i club che spendono cifre enormi, per acquistare e stipendiare i loro campioni. Il momento in cui essi rispondono alla chiamata della Nazionale è un grosso rischio, e le società cercano di ridurlo al limite. Forse sarebbe il caso di ripensare i calendari per le Nazionali, facendo giocare le partite di qualificazione alle varie competizioni in periodi precisi, magari permettendo alle Nazionali di allenarsi e giocare insieme per più giorni.

Conte ha ragione sul fatto che avere i giocatori per così poco tempo non permette di costruire un’identità di squadra, ma queste condizioni erano conosciute e sono uguali per tutte le Nazionali del globo. Dire che questo sia la causa principale dei fallimenti mondiali è però nascondersi dietro un dito: il vero problema è la mancanza di programmazione, il fatto che nei top club italiani giocano pochissimi azzurri. Ad esempio nel big match della scorsa giornata, Roma-Inter, in campo c’erano solo 3 italiani (D’Ambrosio per i nerazzurri, Florenzi ed El Shaarawy per i giallorossi). Forse è il momento di cambiare le regole e “costringere” i club a schierare più giocatori del proprio Paese.

Comunque sia, auguriamo a Conte un proseguo di carriera ottimo e alla Nazionale italiana di trovare un degno sostituto.

I nomi in campo sono già molti (Donadoni è quello più gettonato), ma si vedrà dopo l’Europeo che, si spera, sia ricco di soddisfazioni per gli azzurri.

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