Caro compagno D’Alema, secondo me sbagli

Pd
Massimo D'Alema partecipa alla Festa dell'Unità, Roma, 22 luglio 2015. 
ANSA/CLAUDIO PERI

La crisi non giustifica una ripresa di posizioni antiliberali o dirigiste, né conduce a fare quadrato attorno allo stato sociale senza porsi il problema di modifiche per adeguarlo alle novità intervenute

Leggo l’intervista di Massimo D’Alema ad Aldo Cazzullo (Corriere della Sera del 3 settembre) e resto sbalordito dal carattere distruttivo della opposizione che egli ritiene debba essere condotta nel Pd contro Matteo Renzi. Nella intervista si cercherebbero vanamente alternative alle scelte e alle misure adottate dal governo nei campi cruciali della politica economica e della politica estera ed europea. Tutto si risolve in un tentativo di delegittimazione ideale e morale di Renzi. Tecnica del resto storicamente ben nota in una certa sinistra. Senza tema del ridicolo, D’Alema confessa di sentirsi addirittura vittima dei metodi stalinisti imposti da Renzi per regolare a suo piacimento la dialettica interna al Pd e non resiste alla tentazione di identificarsi con i dissidenti troskjsti cui toccava la fucilazione. Cose da pazzi si direbbe a Napoli! Non mancano nemmeno alcune sue rituali affermazioni: non cerca cariche, lavora a Bruxelles, si occupa di politica internazionale. Insomma, sia chiaro, ha altro per la testa, salvo, nei momenti liberi, dilettarsi di politica interna e magari, lancia in resta, andare all’assalto di Renzi. Ma tant’è!

E veniamo ad alcuni degli argomenti cui ricorre D’Alema nella sua requisitoria. Non riconoscere quanto avuto in eredità dal Pd è il primo rimprovero rivolto a Renzi. È appena il caso di ricordare che Renzi è diventato segretario di un partito che aveva perduto otto punti alle elezioni del febbraio 2013, aveva avuto una condotta dissennata e imbarazzante dopo quel risultato, sembrava destinato ad un inarrestabile declino. Questa l’eredita toccata Renzi. Farebbe invece bene D’Alema a interrogarsi sulle cause di fondo del successo del sindaco di Firenze. Più della promessa a condurre il Pd fuori dalle secche di una politica in crisi e a recuperarlo ad un ruolo di primo piano nella trasformazione del Paese, pesò la insoddisfazione per il modo in cui era stato diretto il partito. Si era al tracollo di una classe dirigente, di cui D’Alema era l’interprete più autorevole, usurata da una troppo lunga permanenza al potere. Il sostegno a Renzi fu vissuto come la liberazione dal peso di una oligarchia. Così stavano le cose nell’animo di compagni, amici ed elettori che parteciparono alle primarie per la scelta del segretario. Ma D’Alema ha rimosso l’intera vicenda. Non c’è mai stato in questi due anni un abbozzo di riflessione critica sulle cause di quel risultato. Colpisce infine, per il suo primitivismo, l’accusa che D’Alema rivolge alla politica di Renzi di essere sostanzialmente una variante della destra. Accusa accompagnata dall’offesa estrema: Renzi ha scelto le posizioni di Berlusconi. Niente di nuovo sotto il sole: il lessico è ripescato dal più cupo armamentario polemico della sinistra. Se non fosse ottenebrato da «odi gretti e ripicche» D’Alema dovrebbe intendere che il tentativo di Renzi mira alla costruzione di un Pd che assuma sempre più il profilo di una forza centrale del sistema politico italiano. Nel muovere in questa direzione Renzi fa leva sulla intuizione che fu di Veltroni (e della migliore tradizione politica della sinistra) di lavorare per sottrarre alla destra elettorati moderati. Impresa ardua considerato che dalla storia elettorale degli ultimi venti anni emerge una sorprendente stabilità numerica tra destra e sinistra che vincono o perdono non per mobilità elettorale tra essi ma per altri fenomeni: astensionismo, trasformismo, frantumazione del voto. C’è bisogno quindi di una forza in grado di fornire per cultura, collocazione e programmi un punto di riferimento a settori fondamentali della società italiana, a forze che si interrogano alla ricerca di una strada che eviti il decadimento del Paese, ad elettori che si allontanano da un centro destra in crisi. Questa l’operazione politica cui mira Renzi. Ci riuscirà? Vedremo. A tutto ciò D’Alema, imperterrito, risponde con la formule più vieta dell’infantilismo settario: Renzi non è di sinistra. Non solo. L’attuale segretario del Pd avrebbe prodotto «una rottura sentimentale con la nostra gente» (la stessa gente che, nelle regioni rosse, alle primarie ha scelto di gran lunga Renzi per farla finita con una inamovibile nomenclatura). Inaudito! Per D’Alema ci sarebbe in sostanza uno snaturamento della tradizionale ispirazione di sinistra delle politiche di un governo di centro sinistra. La stessa polemica condotta oggi da settori minoritari e massimalisti non solo verso il Pd ma verso tutte le formazioni socialiste di governo europee. Polemica ingenua, passatista e inconcludente. Polemica fuorviante che dà per scontata, demagogicamente, la possibilità che, nelle condizioni di oggi, sia semplice ed agevole utilizzare, nella delineazione delle riforme necessarie, un decalogo di concetti, strumenti e criteri orientativi riconducibili alle esperienze e alla tradizione della sinistra del secolo scorso.

In realtà emerge una debolezza di cultura politica in D’Alema. La crisi non giustifica una ripresa di posizioni antiliberali o dirigiste, né conduce a fare quadrato attorno allo stato sociale senza porsi il problema di modifiche per adeguarlo alle novità intervenute. Non solo. Dal Job Act alla scuola e alla annunciata rivoluzione fiscale non sono mancati riferimenti ad esperienze di coalizioni di centro sinistra in Europa. C’è infine da osservare che la caratteristica dell’azione riformatrice di un governo in un contesto aperto e democratico consiste nell’attenuazione di una dichiarata filiazione ideologica o di scuola dei progetti di riforma: riforme e cambiamenti si giudicheranno molto di più dalla loro efficacia e corrispondenza ai problemi di oggi che dalla loro presunta aderenza a criteri riconducibili alle esperienze della sinistra del ’900. Non manca nella intervista un riferimento di D’Alema alla disputa sulla riforma del Senato. Lo fa quasi di sfuggita e tuttavia anche in quel caso, sostenendo la elezione diretta dei membri della seconda Camera, si mostra in sintonia con suggestioni passatiste ed agitatorie. Epilogo dolente.

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