Caro Bertolaso, per me aquilana quella frase è una vergogna

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Il candidato della destra aveva detto: “Roma è terremotata come L’Aquila”

Fra meno di un mese saranno passati sette anni. Per noi aquilani, il 6 aprile del 2009 ha tracciato una linea fra il prima e il dopo. Un ante Cristo di normalità rispetto allo stravolgimento che segue. Il tempo si misura a partire da quella notte. Collocare i ricordi seguendo questo confine scomodo è diventata una prassi comune per noi.

“Roma è una città terremotata come L’Aquila”. Lo ha dichiarato Guido Bertolaso, candidato sindaco al Campidoglio per il centro destra. Uno slogan elettorale che non è piaciuto a molti aquilani. Nella lettera firmata da alcuni comitati come il 3e32/CaseMatte, Appello per L’Aquila, Link Studenti Indipendenti L’Aquila, Unione degli Studenti L’Aquila, Legambiente L’Aquila, Asilo Occupato L’Aquila, si legge: “Cari romani, con questa lettera vorremmo cercare di raccontarvi brevemente tutti i danni, le speculazioni e le ingiustizie che ha causato Guido Bertolaso sul nostro territorio”. E si prosegue parlando di come il commissario per l’emergenza, fin da subito, abbia “utilizzato i suoi poteri per ostacolare in tutti i modi la partecipazione e l’autorganizzazione della popolazione, vietando assemblee e volantinaggi nelle tendopoli”. Fino all’anatema: “Bertolaso, ma non ti vergogni neanche un po’?”.

Ora, si può discutere della gestione di un contesto straordinario come quello di un’intera città falciata al suolo, che è senza dubbio delicato ed estremamente complesso. A L’aquila non sono pochi i cittadini che considerano le palazzine del Progetto case, che hanno tamponato l’emergenza degli sfollati, una mossa sbagliata.

Nella lettera si legge: “Con le 19 ‘new town’ Bertolaso ha sostanzialmente contribuito alla devastazione del territorio aquilano occupando circa 460 ettari fuori città (più dell’estensione del centro storico aquilano) e favorendo, grazie alla deroga sugli appalti dovuta all’emergenza, le imprese che hanno costruito tali alloggi ad un costo intorno ai 3mila euro a metro quadro”. 

Sul fronte opposto, invece, c’è chi pensa a questi poli abitativi come la soluzione che ci ha risparmiato anni di tendopoli o di container. Su entrambe le posizioni, spesso, aleggia il sospetto che quelle case siano state pagate troppo rispetto al costo effettivo.

Maturare una percezione netta è difficile e a volte ho l’impressione che i ricordi siano più precisi delle considerazioni. Sette anni fa, quando ho accompagnato i miei genitori al di là delle transenne che vietavano l’ingresso al centro, ho visto uno scenario di guerra. Siamo saliti sulla Jeep, accanto agli uomini in divisa. Incrociati i Quattro Cantoni, le arterie della città, abbiamo tirato dritto fino piazza Duomo.

Fissavo quel deserto di macerie e, per un attimo, è stato come se i suoni di sempre tornassero a galla. Il viavai di gente, il chiacchiericcio, il falsetto di una donna che grida, macchine dietro l’area pedonale, scie di motori, passi e porte che sbattono, cellulari che squillano, note legnose di una Per Elisa che sa di Nokia. Ma no. Il silenzio era spaventoso e sembrava quasi irreale.

Chi non ha visto non può capire. Tutti noi aquilani, almeno una volta, lo abbiamo detto o pensato. Eppure Bertolaso ha conosciuto quel silenzio agghiacciante, che veniva dopo le urla di paura e di disperazione. Si sa, in campagna elettorale abusare degli eccessi è consuetudine. Ma il fatto è che le leggerezze linguistiche, per chi ha a che fare col dolore di certi ricordi, diventano un chiasso che stride.

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