Caro Alfredo sul referendum stai sbagliando, ti spiego perché

Referendum
Matteo Orfini, durante la conferenza stampa nella sede del Partito Democratico sui risultati delle elezioni regionali. Roma 01 giugno 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Oggi c’è la necessità di modificare la Costituzione, per questo il Parlamento l’ha fatto sotto la spinta di Giorgio Napolitano

Caro Alfredo, ho letto con interesse e attenzione il testo in cui motivi la scelta di votare No al referendum costituzionale. Tu dici che di fatto il voto non sarà sulla riforma, ma su Renzi. E che l’effetto del voto sarà la fine del parlamentarismo per cui tanti anni fa la tua generazione prese le armi.

Ti devo confessare che trovo assai poco persuasivi questi argomenti e per la stima e il rispetto che nutro verso di te sento il dovere di provare a spiegarti il mio punto di vista. Una costituzione non è solo un testo giuridico: è prima di tutto un atto politico, un atto storico.

Non si riforma la Costituzione se non c’è la necessità storica di farlo. Caro Alfredo, nell’Italia di oggi – qui ed ora – questa necessità c’è? A me pare difficile rispondere di no, soprattutto se ripenso alle tante cose che hai scritto in questi anni, invitandoci a guardare al paese e alle persone in carne ed ossa. Perché se rivolgo lo sguardo nella direzione da te indicata vedo un paese che ha pagato carissimo gli anni della crisi, divenendo ancor più diseguale: centinaia di migliaia di persone sono state espulse dai processi produttivi e di conseguenza si sono auto escluse da quelli della rappresentanza. Perché c’è un nesso indissolubile tra soggettività politica e lavoro.

La politica e le istituzioni non hanno saputo offrire una risposta a questo dramma e hanno perso credibilità e legittimità. Per questo vota sempre meno gente, perché la politica non è considerata utile a cambiare le cose. Riformare le nostre istituzioni serve a restituire loro la credibilità perduta e a renderle più efficienti, quindi più in grado di offrire le risposte alle grandi questioni che il mondo oggi ci pone dinnanzi. Che cosa diamine c’entra Renzi? Questo processo è cominciato prima che divenisse segretario e si è avviato grazie all’impulso di Giorgio Napolitano.

Renzi – e con lui il Partito Democratico – ha avuto il merito di non arrendersi quando molti hanno provato a far saltare il percorso costituente e di portarlo fino in fondo, consentendo agli italiani di esprimersi. Per valutare la figura e l’operato del presidente del Consiglio avremo altre occasioni: ci sarà il congresso del Pd e – se lo vincerà – le elezioni politiche. Ma non riduciamo tutto alla politica dei retroscena. Nel paese c’è interesse crescente intorno al merito di questa riforma, ora che Renzi ha corretto la sua impostazione iniziale. Evitiamo noi di perseverare nell’errore che gli abbiamo giustamente contestato. Vengo dunque alla seconda obiezione che fai: questo referendum/plebiscito – scrivi – porterà di fatto alla fine del parlamentarismo e all’inevitabile esito di governi senza popolo, quando avremmo bisogno esattamente dell’opposto. A me sembra vero il contrario. Per anni a sinistra abbiamo dato una lettura della crisi del paese che considerava l’aumento dei poteri di chi governa come la chiave per risolvere ogni problema. Anche tra noi c’era chi considerava il parlamentarismo un problema. In più di un’occasione abbiamo proposto svolte presidenzialiste o semi presidenzialiste.

La riforma chiude finalmente questo dibattito, rimettendo al centro il ruolo del parla m e n to : non un potere in più al presidente del Consiglio e un parlamento rafforzato dal superamento del bicameralismo perfetto e dalla riforma del procedimento legislativo. Ma soprattutto caro Alfredo, l’orgogliosa affermazione e rivendicazione di una democrazia dei partiti. Io sono tra quanti credono che la legge elettorale possa e debba essere migliora – ta, ma come non vedere la straordinaria innovazione del premio di lista che – coerentemente all’impianto della riforma – rimette al centro i partiti? Semmai mi sorprende che di fronte a chi chiede di cambiare proprio questo punto decisivo della legge elettorale per tornare alle coalizioni, tanti difensori dei partiti rimangano in silenzio. Non è un caso se stiamo finalmente discutendo una legge di applicazione dell’art 49 della Costituzione che considero complementare alla riforma sottoposta a referendum . Istituzioni più forti e credibili, rafforzamento del parlamentarismo per una democrazia dei corpi intermedi come uniche risposte possibili per chi voglia uscire a sinistra da questa maledetta seconda repubblica. Questo è il disegno su cui ci dovremo esprimere il 4 dicembre. Dire di no mi sembra davvero difficile.

 

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