Caro Alfredo, io ho fiducia nel popolo italiano

Referendum
SERRACCHIANI-1

Gli italiani hanno in mano il futuro della loro Nazione, l’opportunità storica di rimettersi a costruire i presupposti di una democrazia più moderna, istituzioni meno polverose e una maggiore coesione sociale. Per questo credo che la scelta giusta sia votare Sì.

Io ho fiducia nel popolo italiano. E, come correttamente sostiene anche Alfredo Reichlin, sono convinta che vada coinvolto nelle scelte fondamentali che riguardano la Repubblica. A differenza di Reichlin e anche di Zagrebelsky, però, attribuisco agli italiani la capacità di discernere.

Discernere consapevolmente tra la sostanza delle cose e il brusio di sottofondo, tra i dati oggettivi della riforma e la sovrastruttura di teorie o polemiche innalzatavi dai più svariati soggetti, inclusi i guru dell’opinione pubblica. La fiducia nel popolo c’è sempre oppure non c’è mai.

La sfida della politica dei giorni nostri è recuperare la partecipazione popolare alle decisioni che riguardano la cosa pubblica. Non riusciremo a farlo se prima non avremo compreso e interiorizzato le ragioni che hanno progressiva m ente allentato, fino a scioglierli pericolosamente, i legami che, almeno per i primi 50 anni della Repubblica, hanno mantenuto vivo il senso di una rappresentanza in cui le istanze venivano raccolte e mediate dai partiti politici. Allo sgretolarsi progressivo delle tradizionali identità e del senso di appartenenza ai cosiddetti corpi intermedi, la politica italiana non è riuscita a proporre subito u n’alternativa credibile, subendo quindi una potente crisi di fiducia e lasciando a se stesse ampie fasce sociali. Il vuoto è stato occupato di volta in volta da movimenti che hanno tratto la loro forza dal porsi in contrapposizione all’esistente, spesso visto e vissuto come imbelle o direttamente spregevole. Una situazione da cui stanno tutt’ora traendolinfa estremismi e populismi di varia declinazione.

Oggi, il Partito Democratico è l’unica formazione politica organizzata ancora in grado, con le sue strutture territoriali e la passione di militanti, iscritti e simpatizzanti, di proporre opportunità di partecipazione alla politica a tutti i livelli, sia pure con le difficoltà note a chiunque faccia vita di partito. Questa“unicità”non è un bene per l’Italia e, guardando a molte delle espressioni politiche oggi presenti, penso che si debba fare il possibile per sanare l’anomalia.

La missione del centrosinistra muove dall’idea che la politica sia lo strumento che i cittadini possono utilizzare per ridurre le diseguaglianze e modificare la società in senso più equo e solidale. Perché ciò sia possibile è necessario ricostruire un rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni riattivando la funzione originaria della rappresentanza, non più topos astratto in cui abitano professionisti della mediazione, ma accessibile agorà governata da regole funzionanti e rispettate. Non credo che il tentativo di raggiungere questo obiettivo possa configurarsi come una tenebrosa marcia verso la fine della democrazia. Né posso condividere la visione apocalittica di un’Italia irrimediabilmente lacerata da questo referendum costituzionale.

Nel nostro passato di Paese democratico più volte decisioni di grande impatto sono passate attraverso il vaglio delle urne con schieramenti divisi nettamente: monarchia o repubblica, comunismo o atlantismo, i referendum sui diritti civili. Ancor meno pare corretto definire questa consultazione come un plebiscito, se non con astuto e fuorviante slittamento semantico. Gli strumenti che la Repubblica Italiana si è data per regolare il suo funzionamento e adempiere ai suoi compiti sono contenuti nella seconda parte della Carta costituzionale, che è quasi una cassetta degli attrezzi intesa a realizzare gli immutabili principi contenuti nella prima parte.

Se questi strumenti si dimostrano inadeguati e non riescono più a favorire la partecipazione popolare, devono essere cambiati. Sarebbe infatti un errore imperdonabile e, quella sì una sciagura, rinunciare a salvaguardare i nostri principi fondamentali in nome della tutela di alcune norme usurate. Per questo abbiamo modificato delle regole di funzionamento: per ottenere un ordinamento costituzionale più incisivo, più efficace e che, attraverso la riforma di alcuni strumenti (il referendum e le leggi di iniziativa popolare), attribuisca anche maggiore potere decisionale ai cittadini. Sistemi nuovi di dibattito pubblico emergono da esperienze come quella toscana e di certo anche ad essi bisogna presta re giusta attenzione. I cittadini oggi non hanno l’occasione di scegliersi il Presidente del Consiglio, come si continua erroneamente a ripetere da più parti. Gli italiani hanno in mano il futuro della loro Nazione, l’opportunità storica di rimettersi a costruire i presupposti di una democrazia più moderna, istituzioni meno polverose e una maggiore coesione sociale. Per questo credo che la scelta giusta sia votare Sì.

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