Cari sondaggisti, state giocando alla roulette

Referendum
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L’aria che tira è quella del No. Ma la verità è che nessuno sta capendo il Paese

Il No è in vantaggio di 6 punti. No, di 7. Ma no, di 10. “Però tutto può cambiare”. Troppi indecisi. Troppi astenuti. Troppe risposte false.

Cari sondaggisti, sia detto con stima e solidarietà: non sapete nulla di come andrà a finire. C’è solo una cosa che sapete dire, che il risultato del referendum è apertissimo. Ma a dire questo sono capaci tutti.

E infatti politici e giornalisti ripetono con linguaggio meno freddo del vostro cose dette e ridette, luoghi comuni, vaghezze sociologiche, sensazioni generiche, impressioni di novembre.

La colpa non è vostra. A parte quella di non saper mettere a punto un sistema di rilevazioni un po’ più efficace (siamo ancora alle telefonate al numero fisso!), non potete pretendere di sapere in anticipo cosa pensi un Paese slabbrato e nevrotico come il nostro (e non solo il nostro, guardate che avete combinato con Trump). Non siete molto diversi da quei dirigenti politici che basandosi sulla chiacchierata con il tassista credono di avere la “linea” giusta, o peggio ancora di quei giornalisti che scrivono il pezzo dopo aver scorso la loro timeline su Twitter.

Troppe persone che interpellate vi mandano a quel paese o vi dicono bugie. Il famoso “margine di errore” è ancora realistico?

D’altronde ne ha scritto con onestà Nando Pagnoncelli: “Se sei cauto e previdente sei accusato di pavidità: quello che si pretende è il numero vincente, come al Superenalotto”. È il dramma dei sondaggisti: “Insomma, taglia corto: chi vince?”, gli intimano i committenti, i giornali, le tv, i partiti.

Vagli a spiegare che la fetta di indecisi è ancora troppo alta; che il campione è troppo “autoselezionato” (quelli che non buttano giù il telefono, il telefono fisso eh); che troppa gente “si vergogna” di dire come voterà o dice il contrario per puro sfottò; che troppa gente decide  nelle ultime 24 ore o addirittura in cabina.

E poi c’è il dato emotivo, questo sì imponderabile. Quante persone in guerra col mondo rispondono che voteranno No, così, perchè è la sillaba che meglio rappresenta il loro stato d’animo e che, diciamolo, corrisponde meglio a questo tempaccio così nero?

Raccontiamo ora un fatto vero. Una tv è andata in giro chiedendo ai passanti: “Lei è favorevole a diminuire il numero dei parlamentari?”. È la persona: “Certo”. “Ah, allora voterà Sì?”. “No, io voto No”. Altro cittadino, stessa storia: “Lei è favorevole a superare il bicameralismo perfetto?”. “Buona idea”. “Allora voterà Sì?”. “Ah, io voto No”. Ecco: sarà così fino al giorno del voto?

Ecco la difficoltà intrinseca, e inedita, di fare previsioni su questo referendum, nel quale la sovrapposizione del tema specifico (già non facile di suo) a quello politico-politico (Renzi, il destino del governo) rende ancora più acrobatico ogni tentativo di capirci qualcosa.

Comunque, cari sondaggisti, ci state dicendo tutti (a proposito, in Italia a differenza degli Usa i sondaggi dicono tutti la stessa cosa…) che l’aria che tira – direbbe Myrta Merlino – è quella del No. Magari la Storia vi darà ragione ma l’impressione è che nessuno stia davvero capendo il Paese e che per adesso, cari sondaggisti, stiate giocando alla roulette. E noi con voi.

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