Care femministe, ecco perché diciamo sì al Codice Rosa nei pronto soccorso

GENERazioni
Scarpe rosse esposte in piazza SS. Annunziata in occasione dell'iniziativa 'Scarpe rosse, trecce e solidarietà' per dire no alla violenza sulle donne, Firenze, 8 marzo 2014. ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Accedere a un percorso di assistenza riservato per la violenza sulle donne non è una pratica di paternalismo statale. Al contrario, la legge più aiutare chi è più debole

Siamo delle studentesse del seminario “Donne e diritti” alla facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre. Abbiamo seguito con grande interesse il dibattito che si è aperto sull’emendamento dell’on.Giuliani istitutivo del cosiddetto Codice Rosa nei pronto soccorso italiani. L’emendamento è legge ormai, si apre ora la fase applicativa. Superata la prova dell’aula, però, il confronto non sembra concluso, investe nodi irrisolti per il femminismo italiano e chiama in causa la nostra passione. Per questo ci sentiamo coinvolte, come cittadine e come donne. Per questo riteniamo utile approfondire la questione.

Per i non addetti, il Codice Rosa è un progetto che nasce nel 2009 a Grosseto per essere successivamente esteso a tutta la regione Toscana; indica un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza, senza distinzione di genere o età. Una volta assegnato comporta l’attivazione integrata e coordinata di procedure di cura specifiche oltre che di un’indagine tempestiva volta ad individuare l’autore della violenza.

La proposta di estensione a tutta la rete sanitaria italiana ha scatenato la contrarietà di diverse realtà territoriali già impegnate nel contrasto alla violenza di genere. Le perplessità hanno riguardato metodo, profilo culturale e possibile impatto sociale della disposizione. Si è sostenuto infatti come l’impianto della norma faccia perno su un’asserita minorità politica della donna considerata soggetto debole e dunque tutelata dallo Stato, che decide per lei. Abbiamo motivo di credere però che alla radice di questa ostilità vi sia più che altro una diffidenza tutta ideologica per lo Stato che considera la violenza di genere.

Diffidenza che noi non condividiamo.

Certa critica femminista prende le mosse da un ruolo pressoché nullo dello strumento-legge e del soggetto-Stato nelle politiche di contrasto alla violenza di genere. Per usare parole comuni alla nostra disciplina, la sfida è lanciata sul terreno della performatività della norma. Circola l’idea che la legge non possa che fallire di fronte a un fenomeno così pervasivo, addirittura domestico e culturalmente fondato qual è la violenza di genere; che sia uno strumento cieco, un’arma spuntata che non vede le responsabilità soggettive in azione ma inquadra i fenomeni in schemi precostituiti e oggettivizzanti.

Così non è, parlare in termini di diritto infatti non significa oggettivizzare l’individuo dimenticandosi delle sue necessità emotive, pratiche e sociali; nel nostro caso significa fornire termini di riconoscibilità alle sue soggettivissime responsabilità e al contempo portare a emersione un fenomeno sociale dalle proporzioni enormi.

Detta in altri termini, siamo noi che agiamo il diritto, non il contrario. Ce lo insegna una femminista non sospetta come Judith Butler, non sono “parole al vento” quelle della legge. È con il linguaggio giuridico infatti che possiamo creare nuove realtà (o relazioni), in questo caso un incontro tra operatori e culture professionali che siano in grado di riconoscere la violenza di genere e sostenere le dirette interessate con approccio completo.

Crediamo inoltre che in questa polemica occorra tenere in considerazione le particolarità sociali e culturali del nostro Paese. Non è un mistero che esecutivo e legislativo latitino ormai da troppo tempo e che gli stanziamenti pure coerenti con la Convenzione di Istanbul, siano divenuti un’utopia. I centri antiviolenza sono stati lasciati soli e senza fondi per anni, ora però hanno la possibilità di collaborare con lo Stato per un obiettivo comune a tutta la collettività, la riconquista che le donne devono a loro stesse: per aiutarle a dire basta più di prima e meglio di prima, a partire dai testi e dalle forze di cui disponiamo, primo fra tutti la Convenzione.

E qui ci si perdoni se sviamo per un istante, ma si impone un chiarimento. Si denuncia a più voci che il progetto Codice Rosa violi gli indirizzi di fondo della Convenzione di Istanbul sottoscritta dall’Italia all’inizio di questa legislatura. Si minacciano ricorsi in Consiglio d’Europa e in Corte di Giustizia.

Noi crediamo che l’argomento sia pretestuoso; la Convenzione, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a proteggere le donne contro ogni forma di violenza, si articola intorno a tre punti focali coessenziali: prevenire la violenza, proteggere e sostenere le vittime, perseguire i colpevoli. Prescrive altresì un approccio di genere che miri a percorsi individuali e specializzati.

Ora, ci riesce davvero difficile capire in cosa l’emendamento si discosti dal tracciato della Convenzione: contrastano forse con il suo dettato un’assistenza sanitaria, sociale (e giudiziaria) fornite da personale competente e specializzato in collaborazione con i centri antiviolenza? La lettera della legge e l’esperienza toscana testimoniano la presenza di una logica di genere, di intervento delle donne per le donne.

Ci rivolgiamo a quante si impegnano quotidianamente sul campo. Ce lo insegnate voi, le donne non sono tutte uguali, per livello d’istruzione, per consapevolezze, per idea di libertà. Sono poco più che bambine, sono straniere, spesso sono semplicemente sole. E noi dobbiamo arrivare a tutte, con ognuna costruire un percorso. Le nostre parole devono essere quelle della coesione, della collaborazione tra i soggetti impegnati, del senso della realtà: colpite a milioni ma sempre più coraggiose, pronte a denunciare o a rivolgersi ai vostri centri. Così preziosi.

Una grande maturazione è in atto e ci porta a dirvi che non sminuisce la donna lo Stato che nomina una violenza, che non c’è minorità nella debolezza, che l’alternativa di dignità allo Stato paternalista e patrigno, è lo Stato responsabile.

Per queste ragioni sosteniamo l’introduzione del Codice Rosa nella rete sanitaria nazionale, ci auguriamo collaborazioni sempre più efficaci tra attori sociali e istituzioni oltre che un atteggiamento più adulto da parte delle rappresentanze parlamentari rispetto a certi riflessi anti-istituzionalisti.

Pensiamo che i tempi siano maturi per uno scatto in avanti di tutto il femminismo italiano, perché possa aprirsi una nuova stagione di confronto senza rinunciare a nulla della tenacia, nulla della radicalità di quarant’anni di storia politica. Perché nulla vada perduto nelle strette delle incomprensioni e delle preclusioni ideologiche ma soprattutto nel mancato dialogo con generazioni di donne e uomini nuove.

Per quel che vale, noi ci siamo. Sempre in ascolto

 

Lucrezia Colmayer
Mara D’Arcangelo
Alessandra Iannarelli
Chiara Papa
Benedetta Rinaldi Ferri

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