Cara Ue, tanti auguri per un 2016 con più coraggio

Europa
epa05074027 (L-R)  European Commission President Jean Claude Juncker, EU council President Donald Tusk and  Luxembourg's Prime Minister Xavier Bettel on their way to a press conference at the end of the second day of  EU Summit in Brussels, Belgium, 18 December 2015. The news conference marked also the end of Luxembourg six months Presidency of the European union.  EPA/OLIVIER HOSLET

Sicurezza, immigrazione e le altre sfide: l’Europa può vincere solo se riesce a creare una visione comune, che superi gli interessi dei singoli Stati, anche di quelli più forti

Di fronte all’antieuropeismo modaiolo dei nostri giorni, vale la pena chiederci “perché oggi serve l’Europa?”. L’elenco delle risposte è lungo. Cominciamo con il dire che, per esempio, l’Unione garantisce da settanta anni la pace nel Vecchio Continente. Ma Europa significa anche un bilancio comune che aiuta le aree più fragili del continente, fra cui il nostro Sud con il piano di fondi strutturali; significa “Schengen”, cioè libera circolazione delle persone; ma anche il più grande mercato unico al mondo per le nostre imprese, non più appesantite da lacci e lacciuoli doganali.

Tuttavia il modo migliore per rispondere a questa domanda è riprendere le parole di un grande uomo politico del nostro tempo, Giorgio Napolitano, al Festival del Diritto del settembre scorso: “Lo scenario mondiale, segnato dal dinamismo acquisito e dal peso assunto da grandi e meno grandi Paesi emergenti, lo spostamento dell’asse degli equilibri economici e politici dall’Atlantico al Pacifico, le divergenti tendenze demografiche e le previsioni clamorose sui tassi di crescita delle economie e del prodotto lordo nelle diverse aree mondiali hanno, e nessuno può negarlo, messo l’Europa con le spalle al muro. Nel quadro di una competizione globale senza limiti e con scarse regole, incombe sui Paesi europei l’ombra di un rimpicciolimento che può farsi declino. Un’Unione sempre più stretta è per l’Europa diventata non più un’opzione ma una costrizione”.

Questa lucida considerazione da sola basterebbe da sé a minare il campo a chi vuol portare indietro le lancette dell’orologio e far credere che i problemi globali di oggi si risolvono tornando agli Stati nazionali di cinquecentesca memoria. Pensiamo al terrorismo. L’idea che dai professionisti del terrore ci si possa difendere chiudendo le frontiere e mandando in soffitta Schengen, serve a dare l’illusione all’opinione pubblica disorientata di avere la ricetta in mano, ma non risolve il problema. Vale forse la pena ricordare che la maggior parte dei terroristi che ha dilaniato Parigi in questo hannus horribilis era di nazionalità francese. Oppure pensiamo all’immigrazione. Muri e reticolati si sono moltiplicati dentro e fuori i confini europei, ma non impediscono la fuga di chi scappa da guerre e carestie.

Altro sarebbe cominciare a dire che alle conquiste già in porto, dobbiamo aggiungerne di altre. Le azioni di contrasto al terrorismo internazionale, come le indagini investigative, le attività di intelligence, la dimensione politico-diplomatica, il dialogo interculturale e interreligioso, la lotta al finanziamento, la sicurezza dei trasporti, la strategia di contrasto al reclutamento e alla radicalizzazione non possono più essere portate avanti da ogni singolo Stato per sé, ma devono coordinarsi sempre più a livello europeo.

E ancora. Dobbiamo cominciare a parlare di politiche europee sull’immigrazione e sull’asilo e di una politica estera e di cooperazione internazionale europea, per favorire i rimpatri e migliori scenari nei Paesi dai quali i migranti fuggono.

Non si può chiedere all’Italia di fare centri di indentificazione e contestualmente mantenere in vigore il trattato di Dublino, che impone solo al Paese ricevente di farsi carico dei rifugiati e fare carta straccia delle quote per la spartizione obbligatoria dei rifugiati, nonostante la condivisione seppure a maggioranza, in sede di Consiglio europeo.

Due esempi. E insieme due sfide, tra tante. La chiave di volta per superarle è quindi “più Europa”. Certo, per essere in grado di rispondere con autorevolezza alle sfide del proprio tempo, all’Europa serve una visione. Serve coraggio. Serve rispolverare lo spirito solidaristico.

Le istituzioni europee comprendono il Parlamento, la Commissione e gli Stati nazionali. Questi ultimi soprattutto hanno in mano le leve dell’Europa del futuro. Ne abbiamo abbastanza di classi politiche nazionali che difendono il proprio particolare, magari sostenendo la costruzione di un gasdotto, North Stream, funzionale ai propri interessi e in barba ai principi di diversificazione delle fonti e delle rotte dell’unione energetica di cui tanto si discute. Ma non solo. Abbiamo costruito l’unione bancaria, adesso dobbiamo procedere con l’ultimo pilastro, il sistema comune di garanzia dei depositi, piaccia o meno ad alcuni Stati. E ancora, non si possono accettare scelte energetiche nazionali carbon intensive nonostante la politica carbon free di Bruxelles e gli impegni di Parigi per il clima.

La regola aurea di abbandonare gli egoismi nazionali deve essere accompagnata anche da una convinzione comune. La politica economica del solo rigore in questi anni ha creato l’immagine dell’Europa fredda, lontana, burocratica e attenta solo ai punti sforati di percentuale di Pil. I dati macro economici europei cominciano a dare segnali positivi, anche grazie alla massiccia iniezione di liquidità nell’economia reale del quantitative easing di Mario Draghi. Per consolidare questo spiraglio di crescita servono politiche di investimento, non solo di consolidamento dei bilanci, come insegna l’esperienza degli Stati Uniti. Sebbene in parte Juncker abbia dato risposte con un piano di inevestimenti pubblici, drammaticamente caduti negli ultimi decenni, i falchi di alcuni Paesi hanno uno spazio di manovra eccessivo nel richiedere rigore e nel limitare i già scarsi margini di flessibilità.

Insomma per scrollare di dosso il peggior anno dell’Europa e sconfiggere il populismo anti europeista modaiolo dallo sguardo corto, abbiamo davanti mesi di duro lavoro, a tutti i livelli. Non saranno mesi facili, contrassegnati anche da appuntamenti cruciali come il referendum sulla permanenza nell’Unione della Gran Bretagna. Sarebbe davvero un peccato perdere il nostro appuntamento con la storia che oggi chiede di procedere verso il rilancio del progetto europeo. Il nostro non è più tempo di ideologie, dunque l’unico modo per rilanciarla è con i fatti. A partire dal nuovo anno.

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