Cara Pollastrini, in fondo anche il Pci aveva una vocazione maggioritaria

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Si deve tendere a rappresentare la maggioranza: per questo servono maggioritario e primarie

Ma davvero rappresentare una “parte” della società rappresenta un valore distintivo, quindi identitario, qualificante? Davvero per essere “partito” bisogna partire, dividere, la società e decidere di rappresentarne solo o principalmente una parte? Ambire a rappresentare la maggioranza rappresenterebbe un valore più debole che rappresentare una parte?

Queste domande mi sono fatto ascoltando domenica mattina Barbara Pollastrini alla Festa dell’Unità sostenere accoratamente questo punto di vista. E sentendola ricordare la sua esperienza di dirigente del Partito comunista italiano (esperienza condivisa negli anni 70) mi è venuto in mente che in quel partito e in quella cultura politica la scelta di rappresentare una classe (già da decenni i riformisti parlavano di lavoratori piuttosto che solo di classe operaia) era stata fatta non perché gli operai fossero il gruppo di umani più oppressi, poveri e senza diritti.

Ma perché si pensava che rappresentando quegli interessi (quelli dei produttori del valore) si potessero rappresentare gli interessi universali. Non credo di esagerare sostenendo che anche in quella visione c’era una vocazione maggioritaria (se andava bene si parlava di egemonia e non di dittatura, certo non di maggioranze elettorali).

La battaglia delle idee di quegli anni era contro una concezione della rappresentanza degli interessi che rimaneva confinata nell’ambito del corporativismo, del reddito, della difesa della classe economica, per l’affermazione di una dimensione più politica e generale della rappresentanza degli interessi. Le polemiche dei comunisti furono sempre, da un lato, contro il socialismo utopistico, il moralismo e, dall’altro, contro il lumpenproletariat!

Sostituire i poveri, gli ultimi, alla classe operaia per cercare una parte da rappresentare non ha senso, perché è l’impianto generale di quella visione che ha fallito, non ha prodotto soluzioni utilizzabili nella pratica. Non si può cercare di mantenere in vita l’impianto classista sostituendo la classe operaia con gli ultimi, gli emarginati, i senza diritti. Il cambiamento di cultura politica iniziato nel 1989 e approdato alla nascita del PD deve essere portato alle sue estreme conseguenze.

Al centro della visione democratica non può che esserci la ricerca del consenso della maggioranza perché è questa la legittimazione del potere (ed è l’unica condizione per governare, per realizzare quelle politiche che portano vantaggi proprio a quelle categorie che ne hanno maggiore bisogno)! Il PD nasce come partito degli elettori oltre che degli iscritti perché vuole conquistare la propria legittimazione a governare andando oltre i confini della propria parte (gli iscritti) intercettando gli altri, i cittadini, gli elettori, gli unici detentori del “potere di legittimare il potere”.

Ed è qui che le primarie diventano qualcosa di più che uno strumento. Assumono il valore di caratteristica distintiva non solo di selezionare il ceto politico e di governo ma di un modo di stare nella società. Si riconosce che un leader o un gruppo dirigente selezionato con un rapporto aperto con gli elettori (e gli attribuisce il potere di voto) è molto più in grado di interpretare le esigenze della maggioranza. Esposto alla competizione aperta con gli elettori il processo di selezione dei leader, e del personale politico, contrasta la chiusura autoreferenziale tipica dei processi di cooptazione oligarchica ed è più in grado di interpretare e rappresentare la maggioranza.

Se proprio dobbiamo definire un partito come un’associazione che partisce, che divide, diciamo che il PD vuole rappresentare quella parte che è più vicina possibile alla maggioranza dei cittadini. E non si dica che questo tentativo collide con la fedeltà ai valori che ispirano la cultura democratica. Certo rappresenta una sfida, ma è l’avventura del PD plurale, maggioritario e post-ideologico: trovare dentro di sé la capacità di costruire soluzioni di governo sulle quali convergano le principali ispirazioni della cultura riformatrice italiana, cattolica, socialista e liberale.

Certo questo, nell’ambito delle regole elettorali, implica la scelta maggioritaria e non proporzionalistica. Nel maggioritario si compete appunto per rappresentare la maggioranza e si devono trovare al proprio interno i punti di convergenza, nel proporzionale si può rappresentare una parte più o meno minoritaria e poi mediare nelle assemblee elettive. La prima scelta impone una cultura politica che non teme di ibridarsi e ridefinirsi costantemente, la seconda concede spazi alla radicalità da un lato (per fidelizzare il gruppo e gli elettori) e dall’altro alla mediazione (anche spregiudicata) nelle sedi elettive.

La storia della prima parte della Repubblica ce lo ha insegnato e proprio il Pci poteva mantenere vivo il sogno palingenetico delle riforme di struttura e poi contribuire nella mediazione con la Dc e il centro sinistra alla nascita di un sistema consociativo molto poco efficace. Ed è anche per questo che le riforme istituzionali è bene che arrivino a compimento, col superamento del bicameralismo paritario, il ballottaggio e il premio di maggioranza al partito e non alla coalizione.

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