Cambiamento epocale

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+++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++ Un'immagine del tavolo del G20 alla presenza dei leader dei principali governi mondiali. Antalya (Turchia), 15 novembre 2015. Al centro il presidente del Consiglio Matteo Renzi. ANSA/ Palazzo Chigi / Tiberio Barchielli

Tutto richiede una Europa nuova: più avanzata e più unita diversa d’attuale

Una cosa è certa. Siamo di fronte a un cambiamento radicale dello scenario storico politico. Si discute se si tratta di una vera e propria guerra. Ma la domanda da porsi è: che tipo di guerra? A me sembra chiaro. Le truppe del “Califfo” non sbarcheranno cero in piazza San Pietro come in nessun altro luogo d’Europa. L’Isis sta cercando di fare un’altra cosa, destabilizzare con il terrorismo il modo di vivere della sua gente di pensare se stessa nel mondo di quella straordinaria realtà che è l’Europa. Questa è la posta in gioco. È enorme. È l’Europa con tutte le sue storie e le sue culture e le sue diversità che viene messa alla prova. E l’Europa è tante cose. E il Papato ma anche l’Impero. È l’illuminismo ma anche l’Olocausto. Però nella sostanza, e al di la di ogni retorica, l’Europa è quel luogo dove si sono affermati i diritti dell’uomo e dove è nota l’idea di progresso. Non è così? Si è così, tanto è vero che quando le folle europee si riuniscono per rispondere al terrorismo esse cantano la Marsigliese, la canzone dei rivoluzionari: libertè, egalitè, fraternitè. Non è per caso. Sentono che i destini dell’uomo come i destini dell’Europa stanno in una nuova idea di progresso. È questa idea che manca.

Ma la condizione è uscire dai vecchi confini e avere il coraggio di pensare il nuovo. Sono vecchio e ricordo un capo della sinistra che tanti anni fa di fronte all’avvento di una nuova storia, quale fu allora l’era atomica, andò a Bergamo e disse che la vecchia idea di guerra di classe, che fino allora era stata alla base della visione del mondo del movimento socialista non era più sostenibile. E propose un nuovo umanesimo, e non come idea astratta come ruolo storico-politico nuovo della sinistra. Era Palmiro Togliatti. E oggi? La destra, essa si che sta parlando, chiama a una guerra di religione. Ma la sinistra tace. Questo per me è avvilente. Lascio da parte i grandi discorsi sulla cultura sui valori, sulla crisi di civiltà e rifletto sulla necessità per la sinistra di uscire dal suo stato comatoso. Guardiamo i fatti e i terreni nuovi. Essi vanno dagli evidenti ostacoli al commercio mondiale che rendono incerta la ripresa economica, ai cambiamenti nella vita civile: limitazioni della libertà individuale, sospetti, paure. E, soprattutto, la crescita dei movimenti xenofobi e nazionalisti che già dividono e ancora di più divideranno al loro interno e anche tra loro i paesi europei.

Pensiamo ai “muri” e al dramma degli emigranti. Perfino il tranquillo signoraggio della signora Merkel è in discussione. Ricordiamoci che la componente mussulmana che abita l’Europa già supera il 10 per cento della popolazione. Ma la sfida più grande sta nell’organizzare una risposta europea adeguata al livello dello scontro, il problema cioè di un intervento diretto nel caos del Medio Oriente, in modi evidentemente diversi rispetto alle catastrofiche guerre di Bush e alle iniziative militari episodiche e non coordinate di singole potenze europee. Capisco la prudenza di Renzi. Qui si tratta di ridisegnare frontiere statali, cambiare vecchi patti neocoloniali, stabilire nuovi rapporti tra le potenze che in definitiva hanno le mani in pasta nelle feroci lotte interne all’islamismo. E non sto a dire quanta disperazione e quanto incitamento al terrorismo viene alimentato non dal Corano ma da certe periferie di Parigi e di molte altre città europee. Insomma tutto richiede una Europa nuova, più avanzata e più unita, molto diversa da quella attuale. Impone la ridefinizione del suo ruolo nel mondo.

Veniamo al sodo. Può l’Europa proporsi come faro di civiltà e di progresso, come garante dei diritti dell’uomo, se perdura un ordine economico come quello attuale (l’austerità, la gestione attuale dell’euro, ecc) che di per sè impedisce l’unità europea, accentua le divisioni tra la Germania e i paesi del Nord e quelli mediterranei, e riduce la Comunità a un contrasto sempre più profondo tra creditori e debitori? Aggiungo che diventa ormai evidente la necessità di correggere profondamente anche un assetto germano-centrico fondamentalmente orientato verso gli interessi del Nord, quando è ormai chiaro che le cose esigono una diversa presenza dell’Europa nel Mediterraneo. C’è una oggettiva importanza dell’Italia. Se di questo si tratta, cioè di una cambiamento radicale di scenario, bisognerebbe cominciare a pensare in modo meno astratto e velleitario il problema e il bisogno di un a nuova presenza della sinistra sulla scena europea. Bisogna rompere il silenzio e uscire da questo stato di frammentazione. Era ed è in giusto contestare un modello che ha provocato una inaccettabile perdita di sovranità e di diritti sociali come ci dice il caso greco. Ma i tragici fatti di Parigi ci dicono anche che l’europeismo non è un “cane morto” , per cui non resterebbe che uscire dall’euro e andare ognuno per conto proprio. Per andare dove? La svolta della “guerra” impone a tutti un ripensamento. La stessa difesa dei diritti del lavoro e della gente comune diventa insostenibile senza una idea più alta del modo di stare insieme degli italiani con gli europei. Certo occorre cominciare a definire un altro modello di sviluppo. E’ difficile ma anche questo richiederà una politica di alleanze più larga. Insomma spero sia chiaro quello che voglio dire. La sinistra è destinata a scomparire se non si ricolloca all’altezza dei conflitti reali. Conflitti che sono molto più radicali di quelli del passato e che nell’insieme si configurano sempre più come uno scontro drammatico tra la necessità di governare un nuovo mondo e quindi favorire l’avvento di una società più inclusiva e di un nuovo pensiero umanistico (l’uomo viene prima del mercato) e il vecchio ordine economico e politico che sembra giunto al limite di un caos catastrofico. Di ciò devono farsi carico le nuove generazioni. I loro padri si sono fatti troppo scettici.

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