Calo iscritti e laureati? Dati inutili senza veri segnali di cambiamento

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Analizzare ogni anno dati noti e stranoti sul calo o il piccolissimo incremento di iscritti o laureati diventa un annuale esercizio di stile se alle analisi non seguono le decisioni di cambiamento che questo governo si sta orientando a prendere

Sul Corriere della Sera di domenica 11 settembre è uscito un ampio dossier sul sistema universitario correlato al basso numero di laureati e all’alto numero di abbandoni. “La Commissione Ue” riporta il Corriere “ mostra che l’Italia nel 2013 ha una delle quote di abbandono universitario più alte in Europa (45%), e una delle più basse di laureati fra i 30 e i 34 anni. Nella distrazione generale, il Paese sta vivendo un’esperienza che ne mette in pericolo il ruolo nella competizione globale dei prossimi decenni: l’istruzione superiore è arrivata alla crescita zero”.

Anche se i dati del 2016, fotografati dal Rapporto Annuale dell’Anvur del 2016,  mostrano un miglioramento rispetto ai dati del 2013, poiché sono aumentate, anche se di poco le immatricolazioni, la realtà comunque rimane critica, per usare un eufemismo e, disaggregando i dati, si assiste anche per la formazione terziaria, a forti divari e a un’Italia spaccata in due, o in tre: divari tra Nord e Sud (gli atenei del Mezzogiorno tra il 2007 e il 2015 hanno perso il 17% degli iscritti, le isole il 26%, il centro il 5%, al nord invece si registra un incremento medio del 3-4 %) e divari tra tipi di scuola (i licei rimangono saldamente la fucina delle lauree mentre le scuole tecnico professionali hanno un calo di immatricolazioni, combinato a un alto tasso di abbandono universitario). Sui divari di iscrizione poi incide anche la mobilità territoriale: la quota di residenti nel mezzogiorno che si iscrive in atenei del centro nord è cresciuta negli stessi anni da circa il 18% al 24%; per chi volesse approfondire rimando ai rapporto Res del 2015 e Anvur del 2016, facilmente reperibili on line.  

Da anni si ripete che l’Europa ci chiede un aumento del tasso dei laureati, almeno al 40% della popolazione, oggi ce lo chiediamo da soli, perché abbiamo finalmente compreso come uno dei fattori di sviluppo più importanti non sia tanto la conoscenza, questo lo abbiamo compreso, ma , di più, una conoscenza di qualità competitiva, capace di rispondere a diverse esigenze: sviluppare le proprie attitudini e la propria personalità (si approfondisca a latere come quest’obiettivo debba essere riconsiderato in tutto il ciclo d’istruzione anche in rapporto alla diseguale offerta d’istruzione da nord a sud, sia di tipo quantitativo, asili, tempo pieno, sia di tipo qualitativo, diversi tipi di scuola e di contesto di appartenenza), formare persone in grado di comprendere la complessità che le circonda e dunque di usufruire ed esercitare diritti e doveri di cittadinanza “decriptando”la mole di dati, sollecitazioni e notizie del mondo in cui si è immersi (non è un passaggio peregrino: brexit, immigrazione, crisi economica, crisi politica esigono tessuti socio-culturali adeguati a prendere scelte che poi determinano gli indirizzi politici e dunque la vita delle nostre nazioni, cioè la nostra vita) ma, soprattutto, disegnare un profilo professionale adeguato e aggiornato capace di rispondere alle enormi richieste in termini di innovazione, flessibilità, adattamento e creatività, per nuovi assetti, nuovi lavori, nuovi contesti produttivi, tutti ancora da venire.

E su quest’ultimo punto la sfida è stata offerta e in parte raccolta da tutti gli atenei italiani in maniera più o meno adeguata, a seconda degli ambiti e dei tipi di laurea. Il mondo universitario negli ultimi anni è stato stravalutato e, nello stesso tempo, impoverito. A fronte del calo dei finanziamenti e del personale docente (in quantità nemmeno paragonabile ad altri ambiti della pubblica amministrazione) ha mostrato una “produttività” enorme, cioè la qualità media della ricerca prodotta (la cosiddetta vqr su cui tutti i ricercatori e docenti universitari, e dunque gli atenei di riferimento, vengono misurati e valutati) in relazione alle risorse investite è tra le più alte d’Europa.

Ovviamente c’è una variabilità tra ambiti e atenei, e tale variabilità determina le quote premiali di finanziamento fornito. Finanziamento che da qualche anno avviene secondo un meccanismo semplice ma con formula complessa: il costo standard per studente, meccanismo sacrosanto, ma da rivedere perché tale formula presenta al suo interno distorsioni che finiscono per penalizzare in modo non equo. Ma i numeri di cui sopra, di laureati, di immatricolati, di abbandoni, in che modo determinano l’effettiva valutazione di un ateneo se questa viene condotta essenzialmente non su dati relativi agli studenti ma a quelli relativi ai prodotti della ricerca, e cioè ai docenti?  

Si potrebbe dire: una buona qualità della ricerca è fattore di attrazione, perché determina di fatto una buona qualità dell’offerta didattica. Ciò è vero fino ad un certo punto. Un’indagine recente su studenti del Sud iscritti in atenei del Nord rivela che costoro adducono a motivo della scelte, nell’ordine: 1. un diritto allo studio assicurato (borse di studio per la frequenza ed esenzione dalle tasse per i redditi bassi, che nelle isole scarseggiano, determinando il cosiddetto fenomeno degli idonei senza borsa, cioè capaci e meritevoli di contesto familiare povero che non accedono all’istruzione terziaria pur volendolo e avendone le capacità), 2. un contesto più favorevole a trovare lavoro, 3. servizi allo studente maggiori (biblioteche ma anche servizi di supporto all’apprendimento e alla didattica, supporto psicologico,organizzazione oraria migliore e flessibile misurata sullo studente, attività culturali trasversali, formazione di competenze trasversali, soprattutto le competenze richieste dalle imprese), 4. offerta formativa aggiornata (pluralismo e aggiornamento di offerta, innovazione dei corsi, come contenuti e come modalità didattiche, rapporti università-realtà lavorative, tirocini e alternanza università-lavoro), infine, ultimo motivo, 5. Qualità della ricerca. Qualche domanda dovremmo allora farcela sia sugli indicatori sia sui “paradigmi” di valutazione del sistema d’Istruzione Terziaria.

Qualcuno, a ragione, potrebbe obiettare che non si valuta un sistema sulle opinioni, ma sui dati, vero, però io non so fino a che punto vadano considerate opinioni e non sentinelle di dati le risposte date da quegli studenti. Forse sarebbe bene approfondire, come si sta tentando di fare con questo governo, la prospettiva dello studente, del paese, delle famiglia, del sistema produttivo, analizzandolo non solo con l’occhio sapiente del mondo accademico ma anche con l’occhio degli studenti, delle famiglie e del sistema produttivo, cosa che in realtà si sta iniziando a fare e trasformare i diversi metri di misura in azioni.

E allora andrebbero: approfonditi e regolati in modo diverso i meccanismi di distribuzione ed erogazione dei fondi per il diritto allo studio, questo governo ha innalzato di 50 milioni lo stanziamento statale e ancor di più potrebbe fare, però a fronte dello stanziamento statale tutte le regioni dovrebbero contribuire con fondi propri, mentre accade che, ad esempio la Sicilia, non lo facciano, proprio la dove l’emorragia di studenti verso il Nord è più alta e il calo di iscrizioni e abbandoni più marcato e dove magari gli ingenti fondi europei una parte potrebbero giocarla.

Andrebbe fatto, come si sta facendo, un ragionamento approfondito, ma non solo quello, sulle cosiddette lauree professionalizzanti, legando cioè accademia e impresa in modo più marcato, aggiornandone i profili e i contenuti, oltre che le modalità didattiche; andrebbe potenziata la cosiddetta terza gamba, quella degli istituti tecnici superiori, per offrire un percorso più vicino alle proprie attitudini e alla propria formazione agli studenti provenienti dalle scuole tecnico-professionali, cercando anche in questo caso di rispondere alle richieste del mondo produttivo, delle imprese (stimolandone però l’attivismo e la capacità di assorbimento di personale specializzato o laureato che è stato davvero scarso negli anni passati), e dell’innovazione.

Andrebbe fatto, come si sta cercando di fare, un altro ragionamento sull’orientamento degli studenti tra scuola superiore di secondo grado e mondo universitario, facendo parlare i due mondi tra di loro, e non solo l’università con lo studente, ma scuole e corsi di laurea, per allineare saperi, competenze, metodi e contenuti. E, infine, andrebbe finalmente messo in campo un serio ragionamento sulla didattica nel mondo universitario, non tanto su indicatori individuali del docente (anche se lo si è fatto nella scuola del ciclo primario e secondario, non sappiamo ancora se in modo efficace e pertinente, ma è un tentativo), ma anche solo su indicatori aggregati di impegno e innovazione didattica, di riflessione comune su metodologia didattica e valutazione degli studenti. Su questo c’è pochissimo: come abbiamo capito tutti conoscere la propria disciplina non coincide col saperla insegnare e ancora oggi la prima missione del sistema universitario è la didattica, non solo la ricerca o il trasferimento tecnologico.

Analizzare ogni anno dati noti e stranoti sul calo o il piccolissimo incremento di iscritti o laureati diventa un annuale esercizio di stile se alle analisi non seguono le decisioni di cambiamento. E mi pare che i tempi e il governo attuale siano propizi.

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