Brexit. Gli effetti dell’uscita della Gran Bretagna sull’economia europea

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Exit, la futura agenda politica europea tra spinte populiste, riforme, innovazioni necessarie e politiche d’integrazione

L’economista Albert O. Hirschman, che è meglio definire economista dello sviluppo, nel 1970 pubblicò un piccolo ma molto importante libro dal titolo “Exit, Voice and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations and the State”. In questo saggio, l’economista nato a Berlino nell’aprile del 1915, sosteneva che ci sono diversi modi di rispondere quando non si condivide più il modo di agire dell’organizzazione di cui si fa parte. Il primo è “exit”, il distacco totale da quella determinata organizzazione o da quel mercato, preferendone altri. Il secondo è “voice”, ossia dare voce alla propria insoddisfazione provando a cambiare lo stato delle cose attraverso una protesta che sia efficace. In ultima c’è “loyalty”, l’atteggiamento di chi, nonostante tutto, resta fedele al sistema.

Provando ad applicare questi tre concetti al rapporto tra cittadini e politica, e tra cittadini ed istituzioni, dai più piccoli comuni ai palazzi di Bruxelles, il risultato non cambia.

In questi ultimi anni l’exit, la voglia di uscire e di cambiare, ha determinato le scelte popolari, il voto, ed ha caratterizzato le agende politiche nazionali ed europea.

Lo abbiamo visto con l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, con la non uscita della Grecia dalla moneta unica. Ma lo abbiamo riscontrato anche nella crescita del consenso per le forze populiste: da Farage in Inghilterra, passando per Trump in USA, fino al Movimento 5 Stelle in Italia, c’è una costante voglia di far uscire i partiti tradizionali e le forze di governo dalle istituzioni. Il tutto alimentato da una propaganda fatta di slogan e banalizzazioni che trova sui social media e nella rabbia delle persone, terreno fertile per il consenso. Uno scenario a dir poco preoccupante.

Ma l’exit, l’uscita, è anche il sogno dei migranti, dei rifugiati, dei profughi che dalla Siria e dall’Africa scappano per cercare, proprio in Europa, un posto sicuro dove poter vivere senza l’incubo della guerra, della morte, del terrore. Ed è proprio su questo terreno che le forze populiste trovano largo consenso, alimentando nei cittadini europei la paura dell’altro, visto come la causa dei feroci atti di terrorismo che, purtroppo, hanno colpito al cuore delle città europee.

Su questa grande questione si innesta uno dei temi più importanti per il futuro dell’Europa: la stabilizzazione del Mediterraneo, che da “Mare Nostrum” e culla di civiltà è diventato luogo di morte e di disperazione. Quali le politiche da mettere in campo dopo anni di tentativi e fallimenti? L’Italia è tornata a svolgere un ruolo da protagonista in questa partita, ma l’Europa è pronta a cambiare le sue politiche?

Dal futuro del Mediterraneo dipenderà anche il destino del Mezzogiorno d’Italia che, dopo molti anni, vede finalmente un segno positivo davanti ai numeri che spiegano la sua nuova crescita ed il suo sviluppo. Una exit, anche qui, che è entrata nell’agenda del governo italiano che per il Sud ha in cantiere alcune importanti azioni: le misure previste dai patti con le singole Regioni meridionali, l’accordo storico con Apple e l’Università Federico II di Napoli per la iOS Accademy, il sostegno a Matera che nel 2019 sarà la prossima capitale europea della cultura, ma anche Melfi, Bagnoli e la Salerno-Reggio Calabria. Questi sono solo alcuni dei fatti che contribuiranno al cambiamento della narrazione del Sud, non più luogo di arretratezza e lento sviluppo.

In questo contesto l’Europa sembra essere vecchia e troppo legata a vincoli e percentuali. Chiusa nei suoi palazzi di vetro, sembra aver smarrito quel sogno che l’ha generata. Il meeting dei principali leader Ue, a Ventotene, nei luoghi che diedero vita al manifesto europeista di Altiero Spinelli, ha rilanciato l’esigenza di un’Europa più vicina alle persone, più inclusiva, più moderna.

Mediterraneo, Mezzogiorno, integrazione, innovazione, riforme.

I grandi temi della futura agenda politica sono anche l’oggetto di questa intervista con Gianni Pittella, il capogruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, che ha accettato di rispondere alle nostre domande aiutandoci a ricostruire i passaggi più importanti della recente storia politica europea, indicando le priorità dell’azione politica da mettere in campo per il tempo nuovo che ci aspetta.  

Perché oltre ad Exit, Voice e Loyalty c’è una quarta possibilità: Change.

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