Brexit ci fa intravedere un’Europa senza libertà di movimento

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Il voto inglese ci pone davanti a un bivio storico: in questo senso fa chiarezza

La vittoria del Brexit nel Regno Unito è un punto di svolta nella storia d’Europa. Dopo oltre sessanta anni il processo di integrazione europeo si è fermato ed è tornato indietro. I prossimi mesi ci diranno se noi europei, ancora prima dei nostri governi, avremo lo slancio per dare un futuro comune al continente – l’unica via realistica per evitare un’altrimenti invitabile declino e impoverimento.

Le ragioni di questo voto sono state ampiamente discusse: una società sempre più vecchia, affaticata da quasi un decennio di crisi economica, insicura di fronte alla crisi migratoria e che non sembra vedere prospettive di miglioramento.

Eppure il voto britannico ha avuto un effetto positivo: da oggi tutta l’Europa, da Londra a Varsavia, si interroga su se stessa ed su come potrebbe essere un futuro senza l’Unione.

I primi ad interrogarsi sono i vincitori della campagna per il Leave. I secessionisti hanno liberato forze che vanno ben oltre il loro controllo: in poche ore sono crollati i mercati e il leader dei Primo ministro Cameron si è dimesso. Coerenza vorrebbe che il laburista Corbyn segua l’esempio.

Quarant’anni di legislazione inglese andranno rivisti e la Scozia si avvia ad un nuovo referendum per l’indipendenza. David Cameron potrebbe essere l’ultimo Primo ministro del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Il Regno Unito naturalmente sopravviverà ma dovrà ripensare la sua identità e ruolo nel mondo.

Ma a colpire ancora di più dello shock costituzionale è quello umano. Tre milioni di europei che – come chi scrive – hanno studiato, lavorato e fatto del Regno Unito il proprio paese, si sono di colpo sentiti stranieri in casa propria. Portando a scuola i figli si sono chiesti se questo sia il loro paese. Naturalmente potranno restare, ma con la differenza che passa tra avere il permesso di vivere in un paese ed avere il diritto di vivere in un paese. Migliaia di giovani inglesi si sono chiesti come potranno andare a studiare a Berlino o Parigi.

Lo shock del voto ha aperto uno squarcio da cui si intravede, per la prima volta in decenni, cosa potrebbe essere l’Europa senza libertà di movimento, lavoro, studio e commercio. Nessuno potrà mai contare le famiglie che non si formeranno, le opportunità di ricerca, innovazione e avventura che non si realizzeranno nei prossimi anni per quest’atto di isolazionismo e paura.

Tutto questo non deve stupire. L’Europa è, ed è sempre stata, molto di più delle sue istituzioni, del suo mercato e del suo diritto comune. Uscire dall’Europa (come sembra avere intuito perfino il Movimento Cinque Stelle) non significa uscire da un mercato o da una moneta, ma da un modello di convivenza comune di cui quel mercato e quella moneta sono lo strumento. Moneta e mercato sono pieni di difetti e (molto) incompleti, ma la sola ragione per cui esistono è rendere possibile quella convivenza, anch’essa incompleta. Ridurre l’Europa ad un vezzo di burocrati intenti a misurare la dimensione delle banane è semplicemente fuori dalla storia e dalla vita di tutti i giorni.

L’Europa è frustrata e scettica sul suo futuro, ancora prima che sulle istituzioni europee. La risposta dovrà essere concreta. Le due priorità sono spingere la crescita con incentivi agli investimenti sul lato economico, e una migliore gestione delle ondate migratoria sul lato sociale.

Gli eventi di queste ore nel Regno Unito ci fanno intravedere per la prima volta come potrebbe essere l’Europa senza l’Unione europea. Siamo costretti a domandarci se vogliamo vivere in un continente dove i confini delle nostre opportunità e aspirazioni sono quelli stabiliti da Nigel Farage, Michael Gove, Marine Le Pen o Matteo Salvini. Questa è la scelta da fare, il resto segue da qui.

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