Bonus per merito, ecco perché sbagliano gli insegnanti che rinunciano

Scuola
PRIMO GIORNO DI SCUOLA MEDIA (SABA ) VIA DEL VOLGA STUDENTI IN CLASSE PROFESSORI CROCEFISSO (Silvano Del Puppo, MILANO - 2002-09-09) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

Nel clima teso, in cui si è discusso di scuola negli ultimi mesi, questa notizia è l’ennesimo tassello di un puzzle che descrive un quadro sconfortante

Molti insegnanti hanno deciso di rinunciare al bouns con il quale si dovrebbe certificare il loro merito. Nel clima teso, in cui si è discusso di scuola negli ultimi mesi, questa notizia è l’ennesimo tassello di un puzzle che descrive un quadro sconfortante. Non giudico gli insegnanti, posso comprendere le loro ansie, talvolta ingiustificate ma comunque legittime: il cambiamento spaventa, preoccupa, quando si intraprendono nuove strade le resistenze si moltiplicano. Si temono difficoltà organizzative, assunzione di più onerose responsabilità e, quindi, si preferisce rimanere fermi, immobili nonostante il sistema attuale dimostri tutte le sue inadeguatezze. È complesso accettare la sfida che dovrebbe spingere i docenti a uscire dai parametri che appiattiscono la nostra scuola rendendola chiusa al confronto e impedendo il dispiegamento di tutte le sue potenzialità.

Per questo, credo che i docenti che, in questi giorni, rifiutano sdegnati l’assegnazione di un premio per l’attività svolta, stiano commettendo un grave errore, estendendo le ragioni della loro protesta anche ad un tema che, invece, dovrebbe vederli in prima linea con un atteggiamento aperto e favorevole. L’introduzione dei primi semi di un sistema di valutazione anche in Italia rappresenta una novità non soltanto positiva ma uno strumento efficace e concreto per migliorare la qualità dell’insegnamento e l’offerta formativa delle scuole. Credo non si leda in alcun modo il valore collegiale dell’insegnamento introducendo un principio che riconosce il lavoro svolto dai docenti che, è del tutto evidente, non svolgono la loro professione nello stesso modo e con la stessa intensità o impegno.

Il merito è soltanto uno degli strumenti con cui rafforzare il progetto di una scuola che sappia più di ieri stimolare gli studenti ad apprendere sostenendo le loro conoscenze, le attitudini e rafforzando le loro capacità. Questo è il principio ispiratore di una scuola che davvero voglia dirsi democratica, una scuola che offra opportunità, che si renda disponibile al confronto e quindi al miglioramento della sua attività rafforzando la sua vocazione principale che è quella di mettere in campo tutti gli strumenti possibili perché i ragazzi possano misurarsi con le sfide che la nuova società della conoscenza impone. In tutta Europa, ogni giorno e da molti anni, i docenti vengono valutati perché è diventato comune l’assunto secondo cui per rafforzare la professione sia necessario, non solamente offrire una formazione in servizio permanente ma anche un sistema di valutazione che affondi le sue radici nel riconoscimento del merito, nella possibilità di svolgere colloqui di sviluppo professionale, nella creazione di un sistema di feedback e supporto per migliorare il lavoro cercando di costruire un sistema di valutazione flessibile tagliato su misura sui singoli insegnanti.

È certamente vero che in un Paese dove il potere contrattuale dei docenti è assai ridotto, dove il contratto collettivo nazionale è fermo da anni, ogni novità spaventi o lasci indifferenti. E su questo tema è evidente che il nostro impegno non potrà mancare. Tuttavia, credo che i docenti non possano rinunciare, insieme alla battaglia che conducono per il riconoscimento di alcune istanze sacrosante, alle possibilità che questo governo ha offerto loro perché non solo sarebbe un errore strategico ma, soprattutto, rappresenterebbe un danno per i nostri studenti che, dalle ultime certificazioni internazionali, risultano avere spesso competenze inadeguate.

Dobbiamo alzarci in piedi e decidere di compiere questo tratto di strada che ci separa dal resto d’Europa dove gli altri Paesi corrono perché hanno compreso che la sfida del futuro si misurerà sulla nostra capacità di investire sull’istruzione, sull’innovazione della didattica, sulla qualità e la pertinenza del nostro sistema educativo.

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