Corbyn nel paese delle meraviglie

Gran Bretagna
epa04620999 Quartet Representative to the Middle East, Tony Blair (R), gestures while addressing Palestinian business people, in Gaza, 15 February 2015. Blair made the trip to Gaza in part to see for himself the damage sustained during Israel's Operation Protective Edge, which led to the deaths of more than 2000 Palestinians during the 51 day offensive on the coastal strip July August 2014, and to meet with Palestinian Government and UN officials.  EPA/SUHAIB SALEM / REUTERS 0

Il commento di Tony Blair: “La verità è che è stata costruita una realtà “parallela”, in cui l’uso della ragione è fonte di irritazione, i fatti un diversivo”

C’è, in campo politico, un fenomeno nuovo. O forse il revival di uno vecchio: in ogni caso è un fenomeno potente. Sulla Corbynmania qualcuno giorni fa mi ha detto: «Semplicemente non la capisci». È così, lo confesso. Non la capisco, ma sto impegnandomi a fondo per riuscirci, e l’altra settimana ho letto con attenzione l’appassionato articolo di Rosie Fletcher in difesa di Jeremy Corbyn. La questione Corbyn è parte di un trend: Donald Trump sopravanza gli altri candidati repubblicani alle primarie radunando migliaia di persone nei suoi incontri, nonostante esprima apprezzamenti sulle donne e sui messicani che potrebbero ben essere ritenuti una vergogna in una nazione come gli Stati Uniti in cui donne e latinos rappresentano la metà dei cittadini e la categoria di elettori che cresce più rapidamente. Bernie Sanders, sempre negli Stati Uniti, sta entusiasmando i sostenitori del Partito Democratico portando avanti un programma con cui si possono conquistare a malapena una manciata di stati. Il Partito Nazionale Scozzese (Snp) ha vinto a valanga in Scozia eppure, dato il crollo del prezzo del petrolio, l’attuazione delle politiche che ha raccomandato nel corso dell’ultimo anno produrrebbe una situazione traumatica. L’ex primo ministro greco Tsipras è in testa nei sondaggi eppure è artefice di un programma di salvataggio economico più severo di quello approvato dal governo Samaras che lui sconfisse cavalcando il malcontento popolare verso quel piano. Marine Le Pen va forte in Francia sostenendo una forma estrema di nazionalismo in combinazione con una politica economica quasi socialista, sebbene, diciamocelo, i precedenti storici di combinazioni di questo tipo non siano esattamente confortanti.
La verità è che è stata costruita una realtà “parallela”, in cui l’uso della ragione è fonte di irritazione, i fatti un diversivo, le emozioni la fanno da padrone e la sola cosa che conta è uscirsene con affermazioni che facciano star bene chi le pronuncia.

Così quando le persone come me si azzardano a dire che eleggere Jeremy Corbyn come leader del Labour sarebbe un disastro elettorale, i suoi entusiastici nuovi sostenitori strabuzzano gli occhi. Io, Neil Kinnock e Gordon Brown abbiamo, insieme, 150 anni di militanza nel Labour. Siamo diversi tra noi. Divergiamo su certe cose. Ma su questa siamo d’accordo. Sta ascoltandoci qualcuno? Nemmeno per idea. Anzi, succede il contrario. Le nostre parole rafforzano il sostegno di queste persone a Corbyn. E costoro fanno venire in mente un automobilista che arriva nei pressi di un blocco stradale incontrando, su una strada su cui non ha mai viaggiato prima, tre tizi coi capelli grigi che gli dicono: «Non andare oltre, abbiamo percorso questa strada in un senso e nell’altro molte volte e dobbiamo avvertirti che ci sono massi che cadono, frane, curve a gomito pericolose, e infine un burrone». E l’automobilista dice: «Lasciatemi in pace. Smettetela di farmi la predica. So cosa sto facendo».
Nel mondo da Alice nel Paese delle Meraviglie che questa realtà “parallela” ha creato, non viene ritenuto arretrato Corbyn bensì noi che facciamo notare che il suo programma è esattamente lo stesso che combattemmo e ci fece perdere 30 anni fa. In questa realtà “parallela” Ed Miliband ha perso le elezioni nel maggio scorso perché si era spostato a sinistra non troppo ma troppo poco, cosa che non è piaciuta agli elettori, che così hanno votato per i Tories. Anche questo modo di interpretare le sconfitte è familiare per gli studiosi della storia del Labour. Ho analizzato i risultati di tutti i sondaggi e di tutti i focus group dedicati alla sconfitta laburista. Ultimo in ordine di tempo quello di “Newsnight” della Bbc e quello di Jon Cruddas. Dicono tutti la stessa cosa. Il Labour ha perso perché è stato ritenuto anti-imprese e troppo a sinistra; perché gli elettori temevano uno scenario con Ed Miliband primo ministro sostenuto dall’Snp; e perché Miliband non aveva un credibile piano di riduzione del deficit pubblico. Non hanno votato per Ed Miliband non perché lo considerassero troppo filoausterity ma perché non è sembrato sufficientemente determinato a prendere decisioni economiche difficili.
Questi sono i fatti. Contano qualcosa per i corbynisti? Assolutamente no. Se ti batti contro i tagli dei Tories al welfare, due sono le cose ovvie: il primo è che questi tagli vanno a colpire programmi introdotti dal Labour; il secondo è che siamo riusciti a introdurre questi programmi solo perché abbiamo vinto le elezioni e siamo andati al governo. Pertanto è completamente assurdo combattere i tagli al welfare senza sforzarsi di capire quale sia il modo migliore per tornare al governo, dal momento che, stando all’opposizione, non possiamo fare un bel niente.
Altre persone mi hanno detto: «Se scrivi ancora qualcosa, non parlare di vincere le elezioni. Parlando di questo tu li offendi». Tutto ciò sarebbe piuttosto divertente se non fosse tragico. Come mai questa realtà “parallela” riscuote tanto successo? Perché ci sono persone che grazie ad essa sono convinte di poter “lottare” più efficacemente contro “il sistema”, vale a dire contro il modo tradizionale di fare politica, coi suoi compromessi, le sue decisioni scomode e i suoi miglioramenti graduali. È la chiarezza dell’opposizione urlata contrapposta alla necessaria ma poco seducente domanda «cosa faremmo noi se invece che all’opposizione fossimo al governo?».

È una rivoluzione, ma dentro una bolla impenetrabile. Non Westminster, che loro disprezzano, ma un’altra bolla altrettanto lontana dalla realtà. Quelli che stanno nella bolla stanno bene facendo quel che fanno. Sono convinti che tutti i rappresentanti del potere costituito abbiano compreso che dovranno fare i conti con la loro rabbia e la loro forza. C’è una sensazione di cambiamento reale perché ovviamente il loro impatto sulla vita politica è reale.
Effettivamente il Labour è un partito che è cambiato nello spazio di tre mesi. Tuttavia, questa realtà “parallela” offre un rifugio dalla realtà “reale” ma non la cambia. Trump e Sanders non diventeranno presidenti degli Stati Uniti. La Scozia ha votato No nel referendum per la separazione e anche se in futuro votasse Sì le conseguenze sarebbero dolorose per tutti. Syriza può vincere ma solo facendo dei giochi di prestigio. E Jeremy Corbyn non diventerà primo ministro del Regno Unito. E Marine Le Pen presidente in Francia? Speriamo di no perché in quel caso la collisione con la realtà “reale” sarebbe distruttiva per tutta l’Europa.
Ma secondo queste persone quelli come me devono riflettere più a fondo. Non comprendiamo ancora in maniera appropriata quel che sta accadendo. Ci ricordano che si sta tentando di trasformare un’istituzione politica che per tutta la nostra vita quelli come me hanno cercato di difendere. Si sta facendo, ci dicono, una cosa che è molto più grande della politica pura e semplice. Costoro si sono convinti di avere il monopolio dell’autenticità: perché vi è una vasta ondata di ostilità contro la globalizzazione, contro le élites e contro la navigazione monotona che deriva dal dover prendere decisioni in un mondo imperfetto. Dicono che stanno presentando le cose come stanno quando in realtà le stanno presentando diversamente da come sono. A questo punto dobbiamo domandarci cosa fare. Andiamo allo scontro frontale o cerchiamo di gettare un ponte tra queste due realtà? Non so cosa sia meglio fare. Ma so che la risposta a questa domanda, ammesso che ci sia concesso lo spazio per discuterne, occuperà il Labour nei prossimi anni.

Traduzione di Dario Parrini / Foto Ansa

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