Bisogna ritornare alla vocazione storica del partito

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La cosa più importante che un partito possa fare per nobilitare la propria politica è quello di lottare fermamente per gli ultimi degli ultimi della classe sociale

Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada”. Credo che questa citazione di Vladimir Majakovskij faccia da porto sicuro in cui il Partito Democratico debba approdare. Detta in altri termini il PD deve tornare ad essere il partito del popolo.

È essenziale ritrovare la vocazione storica di un partito, che si faccia portavoce delle difficoltà del ceto medio e soprattutto di quello basso, strappando alla Casaleggio Associati il monopolio dell’indignazione, ritrovando il proprio bacino elettorale in tutti coloro che nella sinistra hanno sempre visto l’opportunità di cambiamento, e che ormai delusi sono confluiti nel grande blog pentastellato.

In questi ultimi anni, invece, è stato spesso scritto il contrario, per vincere ci dicono, la sinistra italiana necessita disperatamente dei voti degli elettori di destra, e che i partiti rossi debbano volgere al rosato per avere possibilità di successo. Questa voglia disperata di allargare il bacino di consenso non più a vecchi elettori disinnamorati o a nuovi possibili elettori di sinistra ma ad un panorama di persone che credono nei valori di destra, causa una grave perdita di orientamento dentro e fuori il nostro partito ma, soprattutto, in questo modo perdiamo di vista la nostra identità ideologica.

Se sempre di più si vuole allargare il bacino di voti a destra, per ovvi motivi attuerai politiche in larga maniera che rispecchino tale deriva. Questo ragionamento, che pare paradossale, ci sta portando a strascichi, i cui frutti tragici si ripercuotono sulla base. Con militanti storici e nuovi che non capiscono perché venga a mancare una forte attaccamento alle ideologie e agli ideali di sinistra che hanno caratterizzato la nascita, nove anni fa, del Partito Democratico e con la genesi di correnti minoritarie e maggioritarie che si stanno distruggendo a vicenda.

Ci ripetono spesso che la società è cambiata, che questo attaccamento radicale ai proprio valori non ha più senso di esistere e che quindi è giusto che sinistra e destra non esistano più. Però va ricordato che è vero che il cambiamento è una costante ma non per ciò è sempre positivo. Tutto questo per dire che il PD deve ricominciare e continuare ad essere il più grande partito di centro sinistra con nessun tipo di svolta a destra perché la cosa più importante che un partito possa fare per nobilitare la propria politica è quello di lottare fermamente per gli ultimi degli ultimi della classe sociale.

Il PD deve impegnarsi in questo, in un periodo storico in cui ciò non è per nulla scontato, con le armi che gli appartengono, che sono ben diverse dagli strumenti utilizzati dalla destra, la quale ha sempre fatto propria l’immagine dell’uomo forte al comando. È per questo che il partito ha bisogno di trasmettere un senso di pluralismo, che promuova le correnti minoritarie interne e che le valorizzi, invece di schiacciarle, proprio per ribadire la propria unicità nel panorama politico moderno, e riappropriarsi della propria identità storica.

Grillo e Berlusconi sono animali politici differenti, ma entrambi leader di movimenti strettamente legati alla propria persona, ed è proprio da questa tendenza che il Partito Democratico deve distanziarsi, se vuole ritagliarsi un ruolo preminente per gli anni a venire. Le divergenze sono all’ordine del giorno in qualsiasi partito degno di questo nome, ma ciò che ne distingue uno grande da uno mediocre, è la capacità di non lasciarsi sfaldare dal conflitto interno, ma di utilizzarlo per rafforzarsi, assorbendo e portando in seno idee differenti per migliorare la propria proposta.

Dopo due anni di commissariamento è arrivato il momento di convocare un Congresso che sia in toto politico e non puramente burocratico che astrattamente metterebbe in ordine le cose ma concretamente sarebbe vuoto e inutile. Invece in questo periodo storico abbiamo bisogno di politica, usando la definizione di Aristotele, intesa come l’arte di amministrare la “polis” per il bene dei cittadini.

Pertanto abbiamo bisogno di redigere un serio documento per Roma, scritto da figure che abbiano esperienza politica ma anche da giovani dirigenti, da portare successivamente all’attenzione di tutta la nostra comunità. Solo dopo un lavoro di questo tipo potremmo indire un congresso che riformi una classe politica formata anche da giovani che siano in grado di portare avanti con passione civile l’impegno preso ricucendo un filo, che oggi si è rotto, tra il PD romano, i circoli e il territorio.

Credo che questo sia un lavoro imprescindibile da fare perché con le discussioni interne di questo ultimo periodo, la crisi che sta avendo il vertice si rispecchia anche alla base. Un comportamento del genere, che causa anche nei circoli e nei militanti discussioni sterili, comporta una smarrimento della nostra diritta via. Solo in questo modo riusciremo a tornare sul territorio, in mezzo alla gente con banchetti, iniziative pubbliche perché non dimentichiamoci che il ruolo dei circoli è aiutare i consigli municipali con proposte costruttive da proporre e da mettere all’attenzione dei cittadini.

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