Bielorussia, dopo le elezioni c’è da promuovere la società civile

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Lukashenko

Confermato per la quinta volta Lukashenko: per lui un vasto consenso popolare da parte di chi considera la stabilità politica prioritaria rispetto a una democrazia piena

Lukashenko ha vinto per la quinta volta le presidenziali bielorusse. Lo ha fatto con una percentuale bulgara, l’83,5% dei voti, supportata da una grande affluenza alle urne. Il Paese ha scelto lui a fronte di un’opposizione impalpabile e incapace di esprimere un’alternativa minimamente attrattiva. Le elezioni sono state valutate in maniera severa dall’Osce, per la quale sono stata osservatrice. Nelle commissioni elettorali, a tutti i livelli, non erano rappresentati membri espressi dalle opposizioni e grazie alla possibilità del voto anticipato, più del 35% dei bielorussi ha potuto votare prima del giorno delle elezioni con studenti, dipendenti statali e membri di organizzazioni che si sono recati in massa a votare.

Il presidente Lukashenko governa il Paese dal 1994. E’ ancora visto dalla popolazione come un antidoto all’instabilità politica ed economica generale, come garante della sovranità del Paese, stretto tra i rapporti con l’Unione europea e la Russia. Ragionevolmente l’atteggiamento della Bielorussia in politica estera non può non essere guardingo. Minsk accetta le attenzioni economiche dell’Unione europea e cerca con l’Occidente canali di dialogo che superino lo scoglio rappresentato dalla triste situazione dei diritti umani. La Bielorussia, infatti, applica la pena di morte, ha la mano pesante con omosessuali, intellettuali e oppositori politici. La liberazione di diversi prigionieri politici in carcere dal 2010 poco prima delle elezioni sono state viste come la carta migliore di Lukashenko per riapre il dialogo con l’Occidente, controbilanciando la freddezza di Mosca. Ma le aperture sui diritti umani non sembrano frutto di una maturazione in direzione delle libertà, ma figlie del mero tatticismo. I commentatori d’Occidente restano scettici.

Il premio Nobel assegnato alla vigilia di queste presidenziali a Svetlana Aleksieievic, giornalista bielorussa, può incidere profondamente sull’immagine di Lukashenko all’estero, ma quei pochi giovani incontrati ai seggi, disposti a sbilanciarsi nel giudizio sul Presidente, sono visibilmente rassegnati all’inesorabilità del destino del loro Paese.

Minsk ha dichiarato in più occasioni di voler “diversificare” tra l’accordo economico con l’Europa e un accordo politico e militare. Sulla questione ucraina, Lukashenko ha svolto una funzione di mediazione, facilitando il dialogo tra le repubbliche del Donbass e Kiev, mantenendo una posizione fluida in nome di una ricomposizione del conflitto e una cessazione delle ostilità. Realpolitik poco gradita da Mosca, che si aspettava un allineamento senza se e senza ma alle proprie posizioni, e che ha tirato il guinzaglio, applicando alcune restrizioni all’ingresso di prodotti bielorussi nel paese. Se a questo aggiungiamo la freddezza con la quale Lukashenko ha accolto la proposta di Putin di una moneta unica con Russia e Kazakistan, possiamo spiegarci anche la necessità di riannodare i fili del dialogo interrotto con l’Occidente.

La sua leadership si è comunque dimostrata salda. Lo Stato, pur essendo duro e illiberale, nei limiti del possibile e all’interno di un quadro comunque costituito da un disagio economico forte, non fa mancare mezzi di sopravvivenza a nessuno, in ossequio alla tradizione sovietica di cui Lukashenko è comunque interprete. Il risultato è stato un vasto consenso popolare da parte di tanti bielorussi che considerano la stabilità politica prioritaria rispetto ad una democrazia piena. C’è un difficile compito da portare avanti: promuovere la società civile del Paese perché la democrazia avanzi e si vada a creare una consapevolezza basata su una maturazione politica del ceto medio. La politica è fatta anche di piccole scintille che, se alimentate, possono diventare dei falò.

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