Bersani vuole far cadere il governo, del resto non gli importa

Il Noista
Pier Luigi Bersani partecipa alla Festa provinciale dell'Unità organizzata dal Partito Democratico, Bologna, 08 settembre 2016.
ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Continuerà lui la lunga storia dei conflitti devastanti a sinistra?

Pier Luigi Bersani vuole la caduta del governo. Del merito della riforma costituzionale gli importa poco e nulla (l’ha infatti personalmente votata tre volte nel corso di un dibattito durato oltre due anni che ha visto 4500 interventi in aula, 5600 votazioni fra Camera e Senato, 83 milioni di emendamenti presentati, 122 modifiche accolte).

Della riforma dell’Italicum gli importa ancor meno: non appena Renzi si è dichiarato disponibile,  cogliendo la richiesta della minoranza, ha dichiarato che “non mi si può raccontare che gli asini volano”.

A Bersani importa soltanto la caduta del governo guidato dal segretario del suo partito. Per raggiungere questo obiettivo, ha deciso di unire le sue (poche) forze a quelle del Movimento 5 stelle – definito in un’intervista a Floris “un movimento di centro” –, della Lega Nord, dell’ala oltranzista di Forza Italia, e di altre formazioni minori di estrema destra e di estrema sinistra.

Bersani sa benissimo, come tutti, che una vittoria del No al referendum del 4 dicembre aprirebbe immediatamente una crisi di governo: potrà anche continuare a ripetere la sua fiera contrarietà al sistema di elezione dei senatori – un tema senz’altro appassionante e centrale per il futuro del Paese –, ma è politico troppo navigato per ignorare le conseguenze più generali del voto referendario.

Abbattere il proprio leader è una pratica comune nella sinistra della Seconda repubblica, ed è fra le cause principali – insieme al giustizialismo – della sua disgregazione morale, prima che politica e culturale.

Nel 1999 Bertinotti fece cadere il primo governo di centrosinistra della storia, mandando a casa Prodi. Due anni dopo Veltroni scavò la fossa al governo D’Alema accordandosi con Fini e Berlusconi per l’elezione di Ciampi al Quirinale. Amato sostituì D’Alema, ma per la campagna elettorale i partiti della coalizione preferirono schierare Rutelli, salvo poi archiviarne la leadeship dopo la sconfitta. Nel 2006 il centrosinistra implorò Prodi di prenderne nuovamente la guida: ma appena due anni dopo l’annuncio di Veltroni che il nuovo Pd non si sarebbe mai più alleato con nessuno aprì la strada alla crisi di governo e al ritorno di Berlusconi. L’anno dopo è Veltroni a dover fare le valigie dopo aver subito una guerriglia interna estenuante: “Spesso – Veltroni è noto per la delicatezza del tocco – mi sono trovato i bastoni tra le ruote”. E così via fino allo stesso Bersani, affondato nella cruenta battaglia per il Quirinale dal voto decisivo dei dalemiani e degli ex popolari che si rifiutarono di votare Prodi (il quale dunque vanta il record di una triplice eliminazione per mano dei suoi compagni).

Di questa storia raccapricciante Bersani vuole oggi scrivere l’ultimo capitolo, sfruttando l’onda d’urto della destra grillina e leghista per affondare Renzi e il suo governo.

E’ una scelta politica legittima – sarebbe anche dignitosa se venisse dichiarata e motivata pubblicamente – che tuttavia avrà delle conseguenze politiche: un governo tecnico o istituzionale o “di scopo”, la preoccupata attenzione di Bruxelles e dei mercati, una riforma elettorale proporzionale, nuove elezioni senza alcun vincitore e, nella migliore delle ipotesi, un esecutivo di “larghe intese” Pd-Forza Italia a tempo indeterminato.

Gli elettori del Pd non meritano questo esito. E’ tempo che il segretario del partito ne difenda i diritti, le speranze, le attese, l’impegno. E’ tempo che il Pd difenda se stesso.

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