Bernie a Washington passando per Roma?

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US presidential candidate Bernie Sanders talks with journalists after the conference commemorating the 25th anniversary of "Centesimus Annus", a high-level teaching document by Pope John Paul II on the economy and social justice at the end of the Cold War, at the Vatican City, 15 April 2016. 
ANSA/ANGELO CARCONI

La visita in Vaticano del senatore del Vermont ha un’importanza particolare per via della sua religione: Sanders è ebreo

La visita a Roma di Bernie Sanders, per partecipare alla conferenza commemorative della Centesimus Annus organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali potrebbe essere l’arma segreta o la tomba per le ambizioni presidenziali di Bernie Sanders. Quando ha annunciato la visita – nel corso di un intervista nel corso del programma “Morning Joe” al canale televisivo MSNBC – Sanders è apparso visibilmente commosso. Ha sottolineanto la sintonia con Papa Francesco, che cita spesso, nonostante abbia subito aggiunto che ci sono anche cose che lo dividono dal Papa, in primis le questioni di genere e il matrimonio gay.

Hillary Clinton ha incassato ed adesso ringrazia: se Sanders avesse avuto una foto-op con Papa Francesco sarebbe stata per lei la fine poichè Papa Francesco è superpopolare tra i cattolici democratici americani, che gli hanno riservato un trattamento da rock-star quando è venuto in visita a settembre 2015. Ma anche così deve aver deglutito amaro, perché un invito in Vaticano al rivale gli dà quella legittimità e riconoscimento internationale, che sono propri gli elementi su cui la Clinton gioca di più per sostenere di essere il candidato più idoneo per la Casa Bianca.

Non a caso, i media dell’establishment che la sostengono – dal Washington Post alla Cnn – non hanno smesso di attaccare Sanders per la visita, cercando di gettare fango al punto di insinuare che si fosse autoinvitato – tanto da provocare una clamorosa smentita del Cancelliere dell’Accademia, Marcelo Sanchez Sorondo – oltre che accusarlo di allontanarsi da New York in un momento cruciale della campagna (il 19 nello stato della Grande Mela si vota per le primarie), come a suggerire che in fondo a Sanders gli importa poco dello stato.  Nessuno che ha ricordato che anche Hillary sarà assente due giorni, per recarsi in California a fare fundraising.

Ma c’è di più, la visita in Vaticano ha un’importanza particolare per via della religione di Sanders: Bernie è ebreo, figli di ebrei polacchi scappati da Hitler e rifugitisi a Brooklyn – come ha ricordato a conclusione del dibattito. La questione è più spinosa di quanto sembri in Europa. “In God We Trust” è il motto ufficiale degli Stati Uniti, un Dio Cristiano, tuttavia, e fino a pochi anni fa pure solo bianco…

Larycia Hawkins, un professore di ruolo di scienze politica al Wheaton College in Illinois, è stata sospesa a dicembre scorso per aver affermato che il Dio dei Cristiani è lo stesso dei Mussulmani (e per inciso degli Ebrei). L’essere o non essere Cristiani è centrale nella vita politica americana. Fino a tutti gli anni ’50, ebrei e cattolici venivano discriminati sistematicamente: socialmente, nelle scuole, sul lavoro. Poi con l’arrivo di John Kennedy, primo presidente cattolico, questi sono stati i primi ad essere sdoganati.

L’amministrazione Obama conta oggi ai suoi vertici sia un VicePresidente cattolico – Joe Biden – che il Segretario di Stato, John Kerry. Benché ci siano moltissimi ebrei in posizioni di leadership nell’amministrazione e nei think tanks “che contano” a Washington, un presidente ebreo non c’è mai stato ed alcuni si chiedono se mai ci sarà. Se Sanders vincesse le elezioni, farebbe forse meno storia all’estero, ma per gli Usa sarebbe una novità di portata eguale a quella di avere un presidente donna. Solo che la questione è scivolosa e se ne parla meno, in nome della “correttezza politica”.

Sanders finora non ha giocato su questa carta, sono una volta quando Hillary continuava a dire che lei sarebbe un presidente storico in quanto donna, ha ricordato che per la sua storia e la sua origini forse sarebbe un po’ storico pure lui. In realtà non è neanche chiaro quanto gli ebrei sostengano Sanders: una comunità che di solito è caratterizzata da un comportamento estremamente corporativo, è stranamente divisa su colui che potrebbe essere il primo presidente ebreo degli Stati Uniti.

Sanders è stato l’unico dei candidati presidenziali che non è andato a baciare la pantofola di Aipac, la potentissima lobby ebraica che si riunisce ogni marzo a Washington, che lo ha ricambiato con cordiale antipatia. Le sue posizioni sul leader israeliano Bibi Netanyahu – ieri ha detto chiaramente che se si vuole la pace con la Palestina ad un certo punto bisognerà riconoscere che Netanyahu “non ha sempre ragione” – benché convidivise da J Street e in generale dagli ebrei progressisti, suonano come un’apostasia per gli ebrei conservatori. Non a caso la Clinton continua a ripetere che con lei la sicurezza e l’alleanza con Israele sarebbero sacre, no matter what.

Ma, al tempo stesso, l’essere ebreo è potenzialmente un ostacolo – anche se sempre in nome della correttezza politica non se ne parla apertamente – per Sanders nell’ottenere il voto dei cristiani, specie i più anziani, che già tendono a votare Clinton. La visita in Vaticano è in questo senso un potente sdoganamento. Certo, offre anche un fianco pesante alle critiche – Bernie è arrivato a Roma con moglie, figli e nipoti – e la stampa contro di lui sta battendo questo tasto all’impazzata. E comunque si tratta di 48 ore senza fare rally, oltre che di stanchezza che si va ad accumulare alla già pensantissima campagna elettorale. Pagherà o no la visita a Roma? Sanders pare in fondo non curarsene troppo: ha detto che se non avesse accettato l’invito se ne sarebbe pentito per il resto della sua visita. In cuor suo forse già pensa a quando finalmente visiterà Papa Francesco come Presidente degli Stati Uniti: i due vecchietti sorridenti sarebbero certo una bella foto. E anche se Papa Francesco non lo ammetterà mai, è difficile non pensare che non faccia il tifo per lui.

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