Berlusconi e la sua scommessa persa

Politica
Italian former Premier and leader of centre-right Forza Italia party Silvio Berlusconi is discharged from San Raffaele Hospital  after his June 14 heart surgery,  Milan, Italy, 05 July 2016. Berlusconi had the operation to replace a faulty aortic valve that had threatened his life. ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO

Il successo dell’imprenditore, il fallimento nella politica verso cui non ha “provato alcuna passione”. Ma ne ha stravolto riti e buone maniere

Il Berlusconi politico è figlio del crollo per mano giudiziaria della repubblica dei partiti: senza Mani Pulite sarebbe rimasto felicemente a Cologno Monzese o più probabilmente si sarebbe inventato qualche altra attività, dopo l’edilizia, la televisione, l’editoria e il calcio, per riempirsi le giornate e il conto in banca. Ma in politica no, forse non sarebbe mai sceso: e quando l’ha fatto – “solo per impedire l’ascesa dei comunisti al potere”, come ancora ha ripetuto ad Alfonso Signorini in una bella intervista per gli ottant’anni –ne ha travolto e stravolto le forme, le modalità, i riti e le buone maniere al punto da renderla, oggi, pressoché irriconoscibile. Non è una colpa né un merito: è un fatto.

“La politica – confessa – non mi ha mai appassionato”: ma il potere sì, e molto. Perché dà prestigio e forza e protezione, e perché consente di fare le cose che vanno fatte. O no? La vera differenza fra il Berlusconi imprenditore e il Berlusconi politico sta tutta qui: nel successo innegabile del primo, nell’altrettanto evidente fallimento del secondo. L’Italia di oggi non è né più ricca, né più efficiente, né più moderna, né più giusta di quella di vent’anni fa.

Che cos’è il berlusconismo? La politologia corrente gli attribuisce, se non l’invenzione, quantomeno la realizzazione del bipolarismo: che però in Italia, dal ’45 in poi, c’è sempre stato. E l’alternanza di governo diventa praticabile quando Occhetto scioglie il Pci e rimuove il “fattore K”, non quando Berlusconi fonda Forza Italia e federa a sé i secessionisti di Bossi e gli ultranazionalisti di Fini. È semmai in questa alleanza che va trovata la novità: nessuno, prima di lui, si sarebbe mai sognato di mettere insieme socialisti e postfascisti, democristiani e leghisti, radicali e baciapile.

Se Berlusconi ci riesce (e vince tre volte le elezioni) è perché con lui la politica si divincola dalle appartenenze e dalle ideologie, dalle mediazioni e dalle coerenze, per diventare esclusivamente leadership. È la figura del leader carismatico, che fonda la propria auctoritas sulla biografia anziché sull’ideologia, a scompaginare gli schemi fino a stravolgerli, a rovesciare i criteri di scelta e di voto, e ad archiviare, forse per sempre, i partiti di massa che hanno segnato la politica novecentesca.

Senza “Drive In” e senza le coppe del Milan Berlusconi sarebbe stato l’ennesimo arruffapopolo: è il successo nella vita che gli ha portato il successo elettorale, consentendogli per di più di dire e disdire qualsiasi cosa, per vent’anni, senza mai pagare pegno. E tuttavia Berlusconi ha perso la sua scommessa.

Dopo gli anni cupi di Tangentopoli, proprio come dopo una guerra, gli italiani volevano voltare pagina. Berlusconi –l’uomo del “Drive In” e del Milan campione d’Europa –ha offerto esattamente questo: non un programma, ma un sentimento – l’ottimismo. E l’Italia che era cresciuta negli anni Ottanta guardando le sue televisioni l’ha salutato come un messia e, nonostante tutto, ha continuato a votarlo per vent’anni.

Nel corso del tempo, però, l’ottimismo è andato scemando, la crisi ha eroso certezze e speranze, un malessere diffuso s’è impadronito delle nostre coscienze, la rabbia e il rancore sociale hanno preso, o stanno prendendo, il sopravvento. All’immaginario berlusconiano s’è sostituito quello grillino, condiviso dalla destra leghista come dalla sinistra radicale: cupo, disperato, a tratti esplicitamente nichilista. Ne sa qualcosa Matteo Renzi, che ogni giorno prova a cambiare verso, se non all’Italia, quantomeno all’umor nero degli italiani. Siamo tornati più o meno alla cupezza rabbiosa di Tangentopoli: in questo si misura il fallimento di Berlusconi, e un po’quello di tutti noi.

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