Berlino cantiere d’arte e di utopie

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Tra foto, quadri e opere dissidenti della ex Germania comunista, un tour nella città più mutevole d’Europa

Nel 1987, quando si venne qui per la prima volta, il grosso Martin Gropius Bau era un edificio un po’ lugubre e non ancora fighetto, anche perché se ne stava proprio addosso al Muro, con le torrette di guardia dei Vopos bene in vista, e le croci dei fuggitivi ammazzati lì sotto. Portava ancora la denominazione di Berlinische Galerie – istituzione che oggi, autonoma e nuova, è sempre a Kreuzberg, ma più vicina al zig zag del Judisches Museum di Daniel Libeskind – e tra gli scaloni e le sue sale si poté vedere una mostra altamente emozionante e formativa, Ichunddie Strasse («Io e la città»), tra Espressionismo storico e Nuova Oggettività.

In effetti, andando oggi in giro per mostre a Berlino, il tema attorno al quale si ruota continua ad essere la città, perché «questo è il posto», verrebbe da dire. E quando lo scenario si estende e diventa genericamente habitat, se non pianeta, scatta un’ideologia di ritorno, inoculata in dosi massicce nelle vene di esposizioni tutte «Contestazione & Utopia». Dunque, al MGB ecco venirci incontro il meraviglioso mondo in bianco e nero di Berenice Abbott (fino al 3 ottobre), 80 scatti della grande fotografa americana (1898 –1991) che fu assistente di Man Ray nella Parigi dei Venti e tra i primi a rendere interessantissime le visioni di semplici case, ponti, porti, strade, empori, tutti ripresi nella New York degli anni Trenta e Quaranta.

Una piccola follia, se ci pensi. Abbott sta alla fotografia come Edward Hopper alla pittura: stabilisce modelli e prototipi di solitudine, vuoto e neutra, geometrica chiarezza per i cultori a venire della scena metropolitana. E come sono metafisicamente belli (ma come mai?) questi pur anonimi edifici, sopra i quali, per la prima volta e per sempre, si posa il nostro sguardo. E quanto è fantastica questa New York notturna ripresa vertiginosamente dall’alto: il più grande congegno estetico ideato dall’uomo.

In un match tra bianco e nero e colore scatenato, davanti alla mostra della Abbott, si è appena conclusa quella di uno dei più importanti fotografi tedeschi contemporanei Thomas Struth (1954), intitolata Nature & Politics. In sintesi: così è la fotografia quando prepotentemente vuole, vorrebbe, farti dimenticare la pittura. Immagini enormi, colori stupefacenti intensificati al computer, la realtà ingrandita, le nostre retine pos te sotto assedio da spaventosi e indecifrabili grovigli di macchinari industriali, intestini e altri organi sviscerati da interiors spaziali, sperdute città del mondo, vasti paesaggi.

Uno spettacolo. Bisogna essere tedeschi, niente da fare, per mettere in movimento un’allucinazione così. E bisogna essere anche drammaticamente tedeschi, senza sbocco e nemmeno una risata o una qualche presa d’aria, per aver intasato (fino a ieri l’altro) parecchie sale del Martin Gropius Bau con Gegenstimmen. Kunst in der DDR 1976-1989 (Voti contrari. Arte nella Germania orientale), e cioè opere di artisti della Germania Orientale in odor di dissenso. Dove si capisce benissimo che l’Espressionismo per loro non equivale a uno stile ma a un preciso gruppo sanguigno che se lo cambi o lo sbagli, durante una trasfusione, muori. Ecco, allora: depressioni, macelli, crudeltà, parecchie mani, bocche spalancate, bocche cucite (con apposito ago), sacchetti di plastica in testa, gesti, segni neri, legni intagliati e poli – cromi, colori a chili. Mai una purchessia elaborazione formale o concettuale che non sia lo spurgo e l’urlo disperato o tribale. Se questa fosse una sala da musica, sentiresti solo un sacco di bonghi.

L’era dei tiranni sostituita da quella dei migranti Berlino, la città mutevole per eccellenza, con le sue gru e i cantieri aperti dappertutto, è cambiata in questi ultimi decenni. Ovvio. E continuerà a farlo, sotto la benevola e antipopulistica egida comunale della coalizione Spd-Cdu. Ma, al di sopra della spalla dell’uomo in giubbotto di cuoio senza maniche, capello lungo dietro, barba non fatta e birra in mano che ora mi sta davanti (figura primaria e proletaria tedesca), vedo che la gente è ormai la gente, quella che c’è ovunque in Europa, e così le facce, gli abiti, i ristoranti, i negozi. La viabilità e l’alta vivibilità degli spazi berlinesi si depurano gradualmente del loro fascino più intenso, quello velenosamente rilasciato dalla storia novecentesca, e si caricano di un’inquietudine nuova di zecca: l’età dei tiranni è sostituita dal tempo degli immigrati. Roba con cui fare i conti, si sa. La certezza del confronto e l’ipotesi di un impoverimento possono mettere ansia, mentre la cultura e l’arte reagiscono allestendo scenari di condivisione, magari con latenti e, qualche volta, scoccianti esibizioni di sensi di colpa.

Così, alla Berlinische Galerie (eccola), museo d’arte moderna della città, si presenta Dada Africa. Dialogue with the Other (fino al 7 novembre), abbraccio tra i protagonisti di un’avanguardia, il dadaismo, che compie cent’anni, e oggetti e sculture e maschere di arte africana. Traduzione: l’Africa totemica e primaria come futuro, nuovo mondo ispiratore di forze e forme elementari nella mente di Tristan Tzara, Hans Arp, Marcel Janco, Hanna Hoch, Man Ray e di Sophie Taeuber-Arp, con la sua opera tutta decorazioni e astratti intrecci colorati, bella da vedere. Attraversi la sala centrale e – sintomaticamente, nella Berlino di oggi – trovi la mostra sui Visionare der Moderne (fino al 31 ottobre) come gli elegantissimi Bruno Taut, architetto, e Paul Goesch, pittore.

Decadenti e spiritualisti di primo ‘900 per i quali l’ornamento non fu mai delitto. L’utopia pretenziosa all’Hamburger Banhof Però, come si dice, bisogna andare nella tana del lupo, quindi adesso si va all’Hamburger Bahnhof, dove regna il mito di Joseph Beuys (guru dell’arte contemporanea tedesca) e, quindi, di ogni suo eventuale derivato artisticamente corretto. La bella ex stazione ci accoglie sui dolci margini della Sprea con Capital, Debt, Territory, Utopia (fino al 6 novembre). Prospetticamente dedicata all’opera di Beuys The Capital Space 1970/77, mega installazione di lavagne nere con scritte, la mostra consta di 130 pezzi di vario genere e pregio, che come satelliti ruotano ubbidientemente attorno a un’ossessione: cosa intendiamo per «valore»? Risponde un pretenzioso e un po’ presuntuoso bouquet, con la convocazione e deportazione di opere e autori al fischio del Curator, e in un elegante/insensato saliscendi tra le epoche e gli stili, unicamente guidati dalla virtuosa torcia ideologico-tematica. Così, messi uno accanto all’altro a coppiette o a gruppi: il sorriso di un antico Buddha cinese dell’VIII secolo e quello del Mao di Wahrol; il Vangelo di Pasolini e un’Adorazione olandese del ‘500; una Singapore di Gursky e un’intervista a Heidegger; un quadro di Friedrich e un video di Fischli; un marmo del Rinascimento e una cattedrale dada di Schwitters; e poi Klee con Twombly; Rihanna, Richter, Koons e Goya; Anselm Kiefer e Bob Dylan: sua la frase sul muro: «Ci deve essere un modo di uscire da qui».

Il modo lo cerco ma non lo trovo subito. Finché, alla Gemaldegalerie, c’è El Siglo de Oro, sontuosissima mostra sul Seicento spagnolo (fino al 30 ottobre). Su pareti bordò ci sono tutti: El Greco, Velazquez, Murillo, Pacheco, Zurbaran: brocche, pallori, sguardi, impressionanti Calvarii e Cristi Deposti e sanguinanti. Qualche mese fa mi ha detto Antonio Lopez, il massimo pittore realista dei nostri tempi: «Malinconico Velazquez? Macché. La malinconia era tutta della sua epoca, Velazquez era un uomo pieno di vita, e la cosa che di lui mi piace di più è che non esprime mai giudizi, il suo è un mondo luminoso, sano, Velazquez ci guarda, come dall’alto, e ha rispetto per la realtà». È così che, sotto il cielo di Berlino, è passata anche Madrid.

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