Berlinguer vide il vicolo cieco ma non seppe uscirne

Berlinguer
Enrico Berlinguer inaugura una sezione del Pci, il 13 maggio 1984, a Nogara.  ANSA

Con Berlinguer ci dicevamo più interessati a uscire dalla società più che a governarla

La lettura di Biagio de Giovanni mi ha spinto a ricercare affannosamente queste parole che Marx scrive nel 18 Brumaio: «E così come nella vita privata si fa distinzione tra ciò che un uomo pensa e dice di sé e ciò che egli è e fa in realtà, tanto più nelle lotte della storia si deve fare distinzione tra le frasi e le pretese dei partiti e il loro organismo reale e i loro reali interessi, tra ciò che essi si immaginano di essere e ciò che in realtà sono». Ciò che Marx, e certo non per primo, afferma qui costituisce ormai il senso comune di una politica compiutamente secolarizzata nelle forme della democrazia qual è quella in cui l’esercizio legittimo del potere si fonda sul consenso temporaneamente concesso in base al principio «una testa, un voto» e non più sulla «grazia di Dio e volontà della Nazione». Probabilmente Marx aggiungerebbe che anche le parole delle democrazie devono essere sottoposte alla misura della distanza, grande, tra ciò che promettono e ciò che effettualmente garantiscono. Ed è questa una discussione ormai drammaticamente iscritta all’ordine del giorno.

Ma di fronte a noi la riflessione di de Giovanni pone un altro interrogativo, temo meno rilevante, al quale però nessuno che sia stato o, tanto più, voglia ancora dirsi comunista può in alcun modo sottrarsi: in che relazione sono state le parole del Pci, dei comunisti e, segnatamente, di Berlinguer, con la politica che abbiamo praticato? Più precisamente: erano davvero politiche le nostre parole? Erano autenticamente politici i nostri atti? Paiono domande retoriche la cui risposta sarebbe ovviamente che sì: come potrebbero essere state non politiche le parole e le azioni di un partito che giunse a raccogliere il voto di un terzo del Paese, che fu tanto autorevole in Parlamento e che organizzò nelle sue file centinaia di migliaia di uomini e donne? Eppure, per quanto possa apparire paradossale, credo che la risposta dovrebbe essere negativa. Negativa perché in questa parte del mondo la politica era ed è competizione per il governo ed esercizio del governo: precisamente ciò da cui eravamo esclusi. E negativa anche per il fatto che noi stessi, ancora con Berlinguer, ci dicevamo interessati più che a governare questa società a uscirne, e che consideravamo questo, l’uscirne, l’unico atto autenticamente politico, l’unico degno di questo nome. E dopo Berlinguer non abbiamo detto più nulla, fino a Occhetto. Contemporaneamente costruivamo impianti sportivi e asili nido e combattevamo sapientemente in Parlamento, comma su comma, per emendare leggi che, nella più parte dei casi, avremmo poi approvate. Può essere interessante discutere della famosa doppiezza di Togliatti purché la si riconosca come un sintomo della schizofrenia profondamente annidata nella mente del partito, inestirpabile.

Mi rendo conto: sto ragionando in modo assai grossolano, come fossi all’osteria davanti a un bicchiere di vino, e probabilmente per un’attitudine assai scarsa al pensare dialettico. Ma è così. Non sono mai riuscito a comprendere come la nostra «via italiana al socialismo» potesse essere democratica ma non banalmente elettorale. E neppure sono mai riuscito a comprendere come potesse produrre buoni effetti un compromesso, storico, inteso dai due contraenti in modo diametralmente opposto. Pensato da Moro come la porta stretta da attraversare per giungere a un compimento della democrazia in Italia. E proposto da Berlinguer come la via per formare quel consenso della grande maggioranza del Paese che lui giudicava condizione necessaria ad avviare trasformazioni della società italiana che potessero essere irreversibili. Come potessimo immaginare di essere ciò che dicevamo di essere e fare quel che facevamo è una domanda, rivolta a me stesso prima che a chiunque altro, alla quale, a distanza di cinquant’anni, ancora non so rispondere. Ovvero, non so più accettare la risposta con cui in tanti e per tanto tempo abbiamo tacitato i nostri dubbi: l’aver contratto con il partito un vincolo di natura quasi religiosa e tale da farci convinti che «extra ecclesiam nulla salus». Ma se rinuncio a un simile atto di fede la domanda si ripropone e la risposta mi appare ancor più inafferrabile se percorro il lungo arco che, passando per me stesso, va dal bracciante pugliese e dall’operaio della Fiat fino al «Segretario generale», a Enrico Berlinguer, appunto.

Certo: il contesto storico dal quale, come dice de Giovanni, non è lecito prescindere. E certo: quell’atto fondante anch’esso sottolineato da de Giovanni, la Rivoluzione d’Ottobre, la cesura del 1917. Una cesura epocale che annunciava l’ingresso nella storia umana di un principio di autogoverno delle masse. Ma come potemmo noi, come poté Berlinguer tener fermo il valore fondante di quella cesura mentre la sua promessa si rivelava illusoria e si rovesciava nell’incubo di un regime totalitario? Biagio de Giovanni sembra attribuire a Berlinguer un animo semplice, interamente occupato da «un antagonismo» a tal punto «impervio» da sorreggere una identità comunista «quasi nel senso prepolitico di questa espressione, intesa come rappresentanza sostanziale degli esclusi dalla storia». Una alterità alla società capitalistica tale da impedirgli di mostrarne altrettanta al regime sovietico. Tale da costringerlo a distinguere l’originaria promessa di liberazione umana dal suo tragico svolgimento e a ribadirne nonostante tutto il valore salvifico. Tale da consentirgli solo e al più di dichiarare l’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre. Non riesco a condividere appieno questa rappresentazione della figura di Berlinguer che mi appare, de Giovanni vorrà scusarmi, colma di affetto ma carente di rispetto. Ma non mi allontano dalla sua riflessione, anzi.

Vorrei portare in primo piano la sua cauta ipotesi di un Berlinguer consapevole che il 1917, non che esaurire la sua spinta propulsiva, costituiva ormai un peso insostenibile e tuttavia convinto che il Pci, e la sua storia, non potessero sopravvivere alla separazione da quel fondamento. Un Berlinguer che vede il vicolo cieco in cui è ormai prigioniero il popolo comunista ma che è tragicamente convinto che non si possa venirne fuori se non con tutti i carriaggi e le masserizie intatte, con piena disponibilità di mezzi e di tempi. E che una morte prematura sottrae al dolore di accertare l’impraticabilità dell’impresa. E del resto anche il tentativo di Occhetto, pur disposto a lasciare sul terreno assai carriaggi e assai masserizie, non riuscì e, come disse Achille, il morto, i morti, afferrarono il vivo. Forse, anzi certamente grazie al senno del poi, occorreva spargere il sale e che si affacciasse una nuova generazione. Credo che ora ci siamo: solo voglio rivendicare il ruolo di quanti, non troppi, della vecchia generazione hanno lavorato a spianare i muri e a sgombrare il campo.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli